Autorevolezza ≠ Visibilità e Fascinazione
O del perché dovremmo tutti imparare a stare più zitti e ascoltare. Specialmente quando si parla di AI e di altri temi complessi.

Voglio parlare del tema dell’autorevolezza perché è un problema diffuso che riguarda in particolare l’AI, ma più in generale tante altre discussioni alle quali assistiamo quotidianamente. Premetto subito che scrivendone mi accorgo di essere caduto io stesso nei problemi a cui farò cenno. Accettate queste parole anche come un auto da fé e una riflessione che propongo in primo luogo a me stesso.
Ho chiesto a Perplexity Pro cosa intenda per autorevolezza:
Autorevolezza è la qualità di essere autorevole, cioè degno di stima, credito e fiducia, al punto da esercitare influenza sugli altri.treccani+1
In pratica indica:
Autorità morale e prestigio riconosciuti dagli altri, non imposti per ruolo o gerarchia.
Credibilità fondata su competenza, esperienza e integrità, che porta le persone ad ascoltare e seguire spontaneamente chi parla o agisce.
Esempio: un insegnante che dimostra competenza, coerenza e capacità di guidare la classe nel tempo viene percepito come figura di autorevolezza, anche oltre il semplice “potere” del suo ruolo formale.
Oggi tutti parlano di tutto. I social network e i media tradizionali offrono la possibilità di parlare ed essere visibili a chiunque di noi. Ci sono persone che hanno maggiore audience perché famose e persone che diventano famose perché riescono a costruire una audience. Ci sono tanti, come me, che scrivono venendo letti da amici e colleghi e non raggiungono certo diffusioni degne di nota. Altri con un tweet influenzano la geopolitica a livello planetario. In ogni caso, tutti possiamo godere di poca o tanta visibilità.
Ma avere visibilità non implica essere autorevoli.
Una persona non diventa automaticamente autorevole solo perché ha centomila, un milione o dieci milioni di follower. Sarà più seguita, ma questo è indice di successo, non di autorevolezza. Ci sono molti esempi di persone con un seguito enorme che scrivono solenni sciocchezze e persone con un seguito limitato che offrono riflessioni di valore anche se magari non così seducenti o interessanti o utili da creare un audience significativo.
Chi è molto seguito o visibile è di fatto un influencer perché ha la possibilità di incidere sui pensieri e sulle convinzioni di molti. Ma ammesso che un influencer possa essere autorevole su un certo tema (la moda per esempio o i gusti musicali dei giovani), questo non lo rende autorevole su qualunque tema riguardi la vita delle persone.
Spesso queste persone hanno grande successo perché hanno la capacità di saper catturare l’attenzione, sorprendere e far sognare l’interlocutore, conquistarne la fantasia e ispirarne il desiderio. È una dote straordinaria per molti versi. Tutto ciò genera un grande e grave fraintendimento.
Visibilità e fascinazione si autoalimentano e sostengono,
ma non implicano e non sono sinomini di autorevolezza.
Autorevolezza è sapere di che si parla perché esistono delle evidenze che attribuiscono valore ai pensieri espressi. Si può essere autorevoli e al tempo stesso sconosciuti, oppure apparire sulle copertine di tutti i giornali e sparare stupidate sesquipedali.
Eppure oggi troppo spesso equipariamo queste qualità. Purtroppo, troppe persone pensano che visibilità (poca o tanta che sia non importa) implichi credibilità e questo le porta a concludere che la persona visibile sia autorevole, sa di che parla, su qualunque argomento venga coinvolta o sul quale le sia chiesto di esprimersi.
Certamente, tutti abbiamo opinioni e tutti abbiamo diritto alla loro espressione. Ma tutti dovremmo saper calibrare e valutare la nostra e la altrui credibilità e autorevolezza. Io spesso parlo di musica e libri; dico quali mi sono piaciuti e quali no. Lo faccio come cittadino qualunque, non certo come critico musicale o letterario. Il mio parere rappresenta un gusto o una preferenza, nulla più. Certamente, se il giudizio musicale o letterario è espresso da Riccardo Muti o Pietro Citati ha maggiore autorevolezza del mio e sarei stupido a contestarlo.
Se parlo delle mie esperienze con le scarpe da corsa o l’abbigliamento sportivo, esse valgono come quelle di chiunque altro. E questo continua a essere ragionevolmente vero per me come per Riccardo Muti e Pietro Citati che non mi risulta (magari mi sbaglio!) siano o siano stati esperti della materia: siamo persone, abbiamo una vita, abbiamo gusti ed esperienze, ma il tutto si ferma lì. E poco conta se riporto quel che ho letto sul web, a meno che non si tratti, per l’appunto, di un’opinione autorevole e ho gli elementi per valutarne il contenuto. Se quel parere lo esprime Federica Brignone o Sofia Goggia (per parlare di questi giorni di Olimpiade), beh è un po’ più autorevole del mio, o no?
Se ci spostiamo da queste materie un po’ più alla nostra portata a questioni che hanno rilevanza vitale come le scoperte della medicina, l’AI o la geopolitica, essere autorevoli non è un plus, è un must. Eppure chiunque parla di qualsiasi cosa. Ancor più pericoloso, chi è autorevole in un campo parla anche di altri temi catturando inconsapevolmente (o millantando malignamente) la stessa autorevolezza del suo dominio di competenza.
Sono laureato in Ingegneria Elettronica, indirizzo calcolatori costruttivo. Ho da sempre studiato i temi relativi alle tecnologie informatiche e all’ingegneria del software. Nel 1978, al Politecnico, ebbi come professore Marco Somalvico, uno dei primi che si occupò di intelligenza artificiale in Italia. Ho visitato università e centri di ricerca in giro per il mondo. Ho lavorato con colleghi di diverse discipline nell’ambito dell’informatica.
Nonostante questo, non capisco tutti i dettagli tecnici relativi al funzionamento di un LLM. Ho chiesto a Perplexity Pro di farmi un riassuno della questione e da tecnico ho compreso alcuni punti mentre altri me li sono persi. Sono così sofisticati che non basta avere qualche conoscenza di informatica per comprenderli appieno. Tanto meno sono in grado di esprimere giudizi autorevoli sugli aspetti sociologici, comportamentali o relazionali legati all’uso dell’AI. Posso avere qualche opinione ma non sono certo autorevole.
Eppure, ci sono persone che sanno poco o nulla di informatica e ti spiegano la morte di SAP, come si integra Salesforce con un LLM e si gestiscono milioni di clienti con ChatGPT e l’AI agentica. Altri che non sanno distinguere coding da ingegneria del software e da mercato del software e ti spiegano che con Claude rigenerano un SaaS in poco tempo e che quel mercato è morto. Potrà anche essere che in un qualche futuro più o meno lontano accada, ma oggi sulla base di quali evidenze se ne parla? Che i mercati siano nervosi è indubbio, ma dovremmo discutere per chiarire le questioni non per buttare la palla in tribuna. In USA il NYT intervista Amodei. Non condivido tutto quello che dice e, anzi, ho parecchi dubbi, ma è certo sia una fonte autorevole. Lo ascolto e ci ragiono. Altri no, proprio no.
Più in generale, tutti i giorni assistiamo sui media (social e tradizionali) a spettacoli penosi nei quali ballerine parlano di vaccini, comici di geopolitica, attori di psicologia dei giovani e così via. O, passando al mondo degli esperti, fisici nucleari che discettano di geopolitica sapendone poco o niente, economisti che ti spiegano come si produce il software, piuttosto che virologi o matematici che argomentano di problemi sociali, con pensieri che nulla hanno a che fare con la loro autorevolezza scientifica e valgono quanto le opinioni di chiunque altro. E tutto viene fatto senza esprimere il benché minimo dubbio.
Giorni fa ricordavo queste parole di Hermann Hesse:
In certi momenti erano particolarmente in auge le interviste di cospicue personalità su problemi del giorno […] nelle quali s’invitavano per esempio chimici o pianisti famosi a parlare di politica, attori, ballerini, ginnasti, aviatori e anche noti poeti a esprimersi sull’utilità e gli svantaggi del celibato o sulle probabili cause di crisi finanziarie. Si trattava unicamente di associare a un nome conosciuto un tema di attualità […]
La visibilità è un virus terribile. Visibilità vuol dire potere e denaro. L’ansia di visibilità non ammette soste né ripensamenti. Ma se non la smettiamo, se non torniamo a ragionare ed ascoltare chi mette a disposizione con semplicità quel che sa, le cose non potranno che peggiorare.
La responsabilità di queste dinamiche è innanzi tutto di chi ha più potere: chi detiene competenze, chi ha acquisito visibilità, chi ha il potere di concedere visibilità (per esempio le televisioni). È da essi che deve partire il cambiamento.
Lo faranno?



Questo post mi serviva proprio per mettere ordine nella mia testa sul motivo per cui queste ultime due settimane mi hanno fatto così tanto innervosire. Son stato bombardato da richieste di agire e cambiare piani a causa di quella che descrivere una percezione generata da post su X. Il trigger è certamente stato il rilascio di Opus 4.6 e Codex 5.3, il problema è che persone molto poco autorevoli ma con tantissima visibilità hanno settato aspettative irrealistiche, che diversi executive però hanno preso per vere.
Ho trovato invece molto ragionevole questo take da uno degli analisti con cui collaboriamo:
https://research.isg-one.com/analyst-perspectives/the-saas-pocalypse-that-isnt-happening-soon
Grazie Alfonso, autorità deriva dal latino augesco (accresco, faccio crescere), Roma era civitas augescens perchè accresceva il mondo di allora. Se manca questo aspetto di accrescimento, di aumento della conoscenza etc., l'autorità è vana. Come gli esempi da te fatti dimostrano. Quindi per venire al tema: l'AI accresce, e come, la conoscenza? Vasto programma....