Il software, venti anni dopo
A proposito di industria del software, open source, intelligenza artificiale, il tempo che passa, le occasioni perdute, le speranze per il futuro, Hermann Hesse e il bisogno di un cuore nuovo.
Nel romanzo Venti anni dopo, un maturo d’Artagnan va alla ricerca dei suoi vecchi compagni d’arme, rivivendo le avventure vissute da giovane. Non che io sia un personaggio del calibro di d’Artagnan, ma in questi giorni ho la sensazione di vivere un’esperienza per certi versi simile.
Il 19 gennaio del 2006, venti anni fa, andai a Roma per due incontri che si tennero nello stesso giorno e riguardarono temi pressoché identici. Uno (quello del pomeriggio) fu organizzato da me, Mario Bolognani, Giampietro Castano e dal collega Giorgio Ausiello della Sapienza. L’altro fu organizzato dai Democratici di Sinistra (DS) e, come vedete, vide la partecipazione di Pierluigi Bersani e di altri dirigenti di rilievo. Ricordo che eravamo al termine del governo Berlusconi III, con Lucio Stanca come ministro dell’innovazione.
Si parlò dell’industria del software per lo sviluppo del Paese. Parlammo di piattaforme tecnologiche, di filiere produttive nell’industria dell’ICT. Mi occupai della relazione introduttiva per il nostro incontro tra amici e colleghi. Dissi che il software era al centro dello sviluppo industriale del Paese, una leva strategica insostituibile, un settore chiave dell’economia e non solo un po’ di pacchetti software da comprare.
Ne avevo già parlato molte volte. Qui su Substack, poche settimane fa, ho ricordato un’intervista che Beppe Caravita mi fece per Il Sole 24 Ore nel 2002 su questi temi. Pochi anni prima, Sandro Osnaghi aveva redatto per Franco Bassanini il piano di e-government. Stanca fece una commissione sull’Open Source della quale feci parte. Avevo scritto da poco un articolo pubblicato su una rivista internazionale, ancora oggi citato su Wikipedia.
Indipendentemente da ogni valutazione sull’efficacia di quel poco che si fece in quegli anni, almeno si parlava di industria del software e di strategia industriale del Paese.
Negli anni successivi, il clima cambiò. Ci siamo sempre più appassionati di buzzword e temi di moda, quasi sempre considerati strumenti salvifici per cambiare il mondo. Blockchain e metaverso ci hanno sommerso, per citare due esempi. Il PNRR è stato l’ennesima occasione perduta: centinaia di miliardi sono stati sprecati tra la ristrutturazione delle villette, la creazione di nuovi enti inutili, soldi a pioggia alle università e megaprogetti fini a se stessi. Prima, almeno, i soldi non c’erano o erano pochi. In questo caso, invece, ne abbiamo sprecato una quantità vergognosa.
Oggi siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale e siamo continuamente bombardati da notizie che oscillano tra il catastrofico, il messianico, il millenaristico e il comico. Secondo alcuni siamo in una fase pre-Terminator. Altri dicono che le industrie che conosciamo – a cominciare da quella del software e dei servizi – spariranno. C’è chi, da anni, annuncia l’avvento della singolarità e chi, adesso, dice che il software non serve più perché “tanto lo fa l’AI”.
Tutto è diventato comunicazione istantanea, con proposizioni di tesi spesso fantasiose che colpiscono o spaventano. C’è una ricerca dell’osservazione ad effetto che, quasi sempre, altro non è che pura stravaganza. “In the blink of an eye” si emettono sentenze, si definisce il futuro dell’umanità, si tracciano traiettorie con grande assertività. La complessità e la competenza non esistono.
Viviamo di narrazioni che colpiscono l’immaginario collettivo e ci incuriosiscono. Le consumiamo e passiamo alle successive.
Mi torna in mente il grande Hermann Hesse che ne Il giuoco delle perle di vetro parlava dell’era appendicistica o della terza pagina. Scritto tra il 1930 e il 1942, il romanzo parla di un mondo lontano nel tempo e nello spazio, eppure così vicino a noi, alle nostre vite. Vi riporto alcuni passaggi, un po’ lunghi, ma vale la pena leggerli e rifletterci.
Dobbiamo ammettere che non siamo in grado di dare una precisa definizione di quei prodotti dai quali ha preso nome quel periodo, vale a dire i feuilletons, le appendici, insomma la terza pagina. A quanto sembra, erano diffusi a milioni, come parte prediletta della stampa quotidiana, formavano l’alimento principale dei lettori bisognosi di cultura, parlavano, o meglio “chiacchieravano” di mille argomenti del sapere e, a quanto pare, i più intelligenti di questi scrittori di appendici prendevano in giro il proprio lavoro, […]
Gli autori di quei futili giochetti o appartenevano alle redazioni dei giornali o erano “liberi” scrittori, spesso avevano persino nome di poeti, ma pare che molti di loro fossero anche scienziati e addirittura professori universitari di gran fama. Gli articoli trattavano di preferenza aneddoti tratti dalla vita di uomini e donne celebri e i loro carteggi; s’intitolavano, per esempio, Friedrich Nietzsche e la moda femminile intorno al 1870 o I cibi preferiti dal musicista Rossini oppure L’importanza del cane da salotto nella vita delle grandi cortigiane e simili. Erano pure ricercate le considerazioni storiche su argomenti attuali nella conversazione dei benestanti, come ad esempio Il sogno della produzione artificiale dell’oro nel corso dei secoli oppure I tentativi di influire sulle condizioni del tempo con mezzi chimico-fisici e così via. Se leggiamo i titoli di siffatte chiacchierate, citati da Ziegenhalss, ci si meraviglia, non tanto che esistessero uomini i quali le trangugiavano come lettura quotidiana, quanto piuttosto che autori di grido, di alta levatura e di buona preparazione culturale contribuissero a fare “servizi”, che era il termine significativo allora in uso, per sopperire al gigantesco consumo di quelle interessanti futilità: il termine, del resto, indicava anche il rapporto fra l’uomo e la macchina. In certi momenti erano particolarmente in auge le interviste di cospicue personalità su problemi del giorno – Ziegenhalss dedica a essi un apposito capitolo – nelle quali s’invitavano per esempio chimici o pianisti famosi a parlare di politica, attori, ballerini, ginnasti, aviatori e anche noti poeti a esprimersi sull’utilità e gli svantaggi del celibato o sulle probabili cause di crisi finanziarie. Si trattava unicamente di associare a un nome conosciuto un tema di attualità: si leggano gli esempi talvolta stupefacenti che Ziegenhalss adduce a centinaia. Tutta questa attività conteneva probabilmente, come abbiamo detto, una buona dose di ironia, un’ironia forse di natura demoniaca e disperata, per noi difficile da comprendere, ma la grande massa che a quel tempo sembra sia stata avida di letture accoglieva senza dubbio tutte queste cose grottesche con serietà e in buona fede.
[…]
C’erano poi le conferenze, e qui dobbiamo parlare brevemente anche di questa un po’ più nobile varietà della terza pagina. Sia persone competenti sia malandrini dello spirito ammannivano ai cittadini di quel tempo, ancora molto attaccati al concetto di cultura, privo però del suo antico significato, non solo articoli ma anche conferenze in gran numero, e non già soltanto in forma di discorsi commemorativi in occasioni particolari, ma in un turbine di concorrenza e in quantità quasi incomprensibile. Il cittadino di una città di media grandezza o sua moglie potevano ascoltare ogni settimana, nelle città grandi quasi ogni sera, conferenze che offrivano istruzioni teoriche su qualche argomento, su opere d’arte, su poeti, scienziati, esploratori e viaggi intorno al mondo. In quelle conferenze l’ascoltatore era del tutto passivo e vi si presupponeva tacitamente qualche suo rapporto con l’argomento, una preparazione, una capacità di comprensione che nella maggior parte dei casi non c’erano. Si tenevano conferenze divertenti, appassionate o spiritose, per esempio su Goethe, dove il poeta scendeva in marsina azzurra da diligenze postali e seduceva fanciulle di Strasburgo o di Wetzlar, oppure sulla civiltà araba, dove un certo numero di vocaboli di moda erano mescolati come dadi nel bussolotto, e tutti erano felici quando ne riconoscevano approssimativamente qualcuno. Si ascoltavano conferenze su scrittori dei quali non si erano mai lette o non si aveva intenzione di leggere le opere, si chiedeva che fossero accompagnate anche da proiezioni e si cercava, esattamente come nella terza pagina dei giornali, di raccapezzarsi in un diluvio di isolati e quindi insulsi valori culturali e frammenti di scienza. Insomma, si era quasi arrivati a quella spaventevole svalutazione della parola che da principio provocò, in segreto e in circoli ristrettissimi, quell’eroico e ascetico movimento di opposizione che poco dopo apparve potente alla luce del giorno e fu il punto di partenza di una nuova disciplina e dignità dello spirito.
Nell’incertezza e nella falsità della vita spirituale di quel tempo, che pure dimostrò grandezza ed energia in parecchi altri riguardi, noi oggi vediamo un sintomo dello sbigottimento che colpì lo spirito quando, al termine di un periodo di apparenti vittorie e prosperità, si trovò all’improvviso davanti al nulla, a una grande miseria materiale, a un periodo di burrasche politiche e guerresche e a una repentina diffidenza verso se stesso, verso la propria forza e dignità, persino verso la propria esistenza.
Aggiornate i temi di allora con quelli di moda oggi e ritrovate lo stesso vuoto, lo stesso “nulla”, come lo chiama Hesse.
Adesso tutti parlano di tutto: che ci vuole? Con Internet, i LLM e i chatbot sai tutto e fai tutto. Tutti sono “programmatori” perché gli strumenti di GenAI generano codice in un attimo. Inutile provare a spiegare che l’ingegneria del software è molto più del solo coding e che è ben diverso creare un’app rispetto a sviluppare e mettere in esercizio un sistema per la gestione di una linea di produzione. “È che problema c’è? Basta scalare le risorse di calcolo, più potenza, e si fa”.
In questi giorni anche i SaaS non servono più: bastano gli agenti AI. Perché mai usare un ERP per gestire una fattura, quando puoi farlo fare a un LLM? Costa di più? Consuma di più? Non serve? Non ha senso? Non importa, vuoi mettere quanto è figo usare un “agente” per dire che un’auto costa 30.000 € IVA inclusa? E per le imprese che non hanno ancora un ERP? Ah, giusto, saltiamo questa fase obsoleta e passiamo direttamente a Claude.
“Ma in borsa i titoli delle aziende software crollano!” Poco importa capire quali ne siano le cause: è deciso, è l’AI. Ho chiesto a uno strumento di GenAI (Perplexity Pro) di verificare alcune tesi e questo è quello che mi ha detto:
Serve dirlo e parlarne? Macché! La narrazione è altra e non può essere messa in discussione: nemmeno il beneficio del dubbio o la prudenza derivante dall’incertezza.
È così, ogni giorno, incessantemente, senza sosta, senza un attimo di respiro, senza alcun segno di rallentamento. No, nulla, avanti tutta, come il comandante del Titanic di fronte all’iceberg.
Poi leggi il Wall Street Journal di ieri che cerca di far ragionare le persone. E vai nelle imprese, guardi la gente che lavora, i problemi che vive e ti rendi conto che la realtà è altra, un altro universo o, forse, proprio un’altra dimensione.
Ma ormai mi sto convincendo che è inutile provare a discutere e a resistere. Per una parola che scrivo per “i miei venticinque lettori”, un miliardo di altre sono ripetute e trasmesse istantaneamente a una platea sterminata che si appassiona e reagisce in modo impulsivo e superficiale. Non serve, è inutile incaponirsi e insistere.
Un testo che ho letto, La teoria di lasciare andare (The Let Them Theory), invita proprio a fare questo: “Let them, let me”. Lo dice anche Baricco in una bella intervista: “Lascia andare.”
Io non riesco. Quando leggo la marea di stupidaggini, sparate ad effetto, iperboli, profezie che quotidianamente ci sommergono, mi agito, mi viene l’ansia. “Lasciami gridare”, cantava Adriano Pappalardo.
Ma non serve. Non si fa altro che alimentare “la bestia”. Dobbiamo trovare un modo diverso per incontrarci e ragionare. Non basta uno strumento come Substack per essere meno impulsivi e meno sommersi nel ciarpame, come accade sugli altri social.
Dobbiamo rinforzare le orecchie e immobilizzare la lingua. Ancor di più, dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo e ci poniamo.
La Bibbia nel libro di Ezechiele usa parole bellissime:
26 vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.
Eh già. Ci serve un cuore nuovo, un cuore di carne, che pulsi e alimenti un modo diverso di essere e di pensare, che ci inviti alla riflessione appassionata ma pacata, al culto della conoscenza prima che all’ansia della visibilità e della ricerca del consenso. Ed è una questione di cuore, prima ancora che di cervello.
Sì, ci serve un cuore nuovo. È proprio così.







Non posso che condividere l'amarezza che segna il tuo bell'intervento. Ho attraversato le varie epoche della IT dagli anni 60 sino ad ora. Ho visto cambiare il focus alzando di volta in volta l'asticella del traguardo. Se fossi capace mi piacerebbe scrivere un libro come quello scritto da un grande del Software Engineering come Robert Glass. Universal Elixir and Other Computing Projects Which Failed - https://ebay.us/m/Kxih4z
In cui invece di elencare i buoni principi del programmare che andavano di moda nella seconda metà degli anni 70 l'autore analizza a Le ragioni dei fallimenti che non erano quasi mai tecniche. Le ragioni erano manageriali, di visione del futuro, di interessi laterali, insomma, spesso politiche.
Mi piacerebbe scrivere di tutte le occasioni perse nel nostro paese nell'informatica, nelle telecomunicazioni, nelle università. Non che non si sia fatto nulla di buono, invece si è buttato via qualcosa di buono.
Ma purtroppo questi pensieri me li porterò prima o poi. Con me.
Condivido la tua analisi. Ho apprezzato anch’io l’intervista di Fazio a Baricco. Penso che dobbiamo interpretare il suo “lasciate andare” come il "Non ragioniam di lor, ma guarda e passa". Un invito a tener la barra dritta lasciando perdere le stupidaggini che si sentono. Continua nel tuo prezioso sforzo di informazione! Se non lo fai tu che sei competente chi lo può fare!