Posizioni nette, pensiero corto
Il fascino perverso della falsa semplicità, e perché una posizione netta è spesso un pensiero che si è fermato troppo presto.
“Ma tu sei a favore o contro l’intelligenza artificiale?” Me lo chiedono spesso, e ogni volta resto un attimo interdetto. Non perché manchino le opinioni (ne ho parecchie e ne scrivo continuamente), ma perché la domanda presuppone che esista una risposta netta, un sì o un no da esibire come una tessera, “o di qua, o di là”, come proclamava una trasmissione televisiva di qualche decennio fa. L’intelligenza artificiale è una tecnologia dalle caratteristiche ancora non ben comprese e valutate e, al tempo stesso, con limiti e rischi potenziali che non possono essere ignorati. Per parlarne a ragion veduta, è inevitabile tracciare molte distinzioni. La domanda ne chiede zero. Vuole la bandiera, non il ragionamento.

Capita per tanti temi. La forma è sempre la stessa: devi prendere posizione, scegliere il campo, dichiararti. E la posizione ragionata (“dipende”, “in parte sì, in parte no”, “il problema è mal posto”) viene letta come un’esitazione, quasi una furbizia per non esporsi.
È un fenomeno che osservo da molto tempo. Quindici anni fa scrivevo che abbiamo paura della complessità, che ricerchiamo la semplicità e, troppo spesso, la semplificazione, che rifuggiamo da tutto ciò che richiede tempo, concentrazione, ragionamento. Quella diagnosi mi sembra oggi più vera di allora. Quello che è cambiato è la velocità con cui le posizioni si irrigidiscono e la crescente pressione sociale a sceglierne una e a schierarsi. La spiegazione comoda è che sia colpa della cattiveria, o della malafede, o dei “social che ci rovinano”. Non credo. Le ragioni sono due, e nessuna delle due ha a che fare con la cattiva volontà.
La prima è la pigrizia cognitiva, nel senso tecnico del termine: semplificare costa meno fatica. Tenere insieme due idee in tensione, sospendere il giudizio, dire “non ho ancora capito” è uno sforzo. La nostra mente preferisce le scorciatoie e attribuisce importanza alle cose in base alla facilità con cui ci vengono in mente. Una posizione netta è facile da ricordare, da ripetere, da difendere. Una posizione ragionata va mantenuta in piedi ogni volta da capo.
Anne Applebaum, in Twilight of Democracy, lo dice in una forma che mi ha colpito:
Authoritarianism appeals, simply, to people who cannot tolerate complexity: there is nothing intrinsically “left-wing” or “right-wing” about this instinct at all. It is anti-pluralist. It is suspicious of people with different ideas. It is allergic to fierce debates. Whether those who have it ultimately derive their politics from Marxism or nationalism is irrelevant. It is a frame of mind, not a set of ideas.
Rinunciare alla complessità non è solo più comodo: ha un fascino tutto suo, quello perverso della falsa semplicità.
Non parlo della semplicità onesta, quella che si conquista attraversando la complessità e riducendola all’essenziale. Parlo della sua imitazione: la scorciatoia che salta il lavoro e regala lo stesso senso di chiarezza a costo zero. La stessa Applebaum lo nota a proposito delle teorie del complotto: la loro forza sta nella semplicità, perché spiegano in un colpo solo fenomeni complessi e danno a chi ci crede la sensazione confortante di aver capito tutto. È una semplicità falsa, perché non semplifica nulla: nasconde la complessità invece di domarla, ma, all’apparenza, è indistinguibile da quella vera, ed è questa somiglianza a renderla irresistibile.
La seconda ragione è il bisogno identitario. Schierarsi dà appartenenza. Dire “io sto con questi” non è solo un’affermazione sul mondo: è un modo per sapere chi siamo e a quale gruppo apparteniamo. Jevin West e Carl Bergstrom, in Calling Bullshit, descrivono la deriva verso quelle che chiamano
tribal epistemologies in which the truth itself has less to do with facts and empirical observation than with who is speaking and the degree to which their message aligns with their community’s worldview.
Quando la verità di un’affermazione dipende da chi la pronuncia e da quanto sia in linea con la mia tribù, ragionare diventa un tradimento. Concedere un punto all’avversario diventa una diserzione. E così si finisce per difendere posizioni in blocco (il pacchetto completo, prendere o lasciare) anche quando, dentro quel pacchetto, ci sono cose in cui non crediamo.
Aprite un qualunque social, a cominciare da X: suona familiare?
La politica è la manifestazione più visibile di questa dinamica. Ezra Klein e Derek Thompson, in Abundance, fanno notare che persino la grande frattura su cui ci dividiamo (più Stato contro meno Stato) è spesso “more a matter of sentiment than substance”: una questione di sentimento più che di sostanza. La stessa cosa la vedo nel dibattito sull’AI, dove convivono entusiasti acritici e apocalittici, e quasi nessuno è disposto a dire che la verità sta nell’articolazione dei ragionamenti. La vedo nel discorso pubblico su qualunque tema tecnico, in cui alla fine si fa contare la squadra più dell’argomento.
In The Yellow Pad, Robert Rubin ha scritto un pensiero che riassume bene il punto:
the most important distinction when discussing policy is not between liberalism and conservatism, progressivism and centrism… The most important distinction is between those who accept that policy issues are complicated and think through them carefully based on facts and analysis approached with intellectual integrity, and those who do not. Dogma and shorthand can make the complex seem simple, but they undermine sound decision-making.
La linea di demarcazione che conta non passa tra gli schieramenti, ma tra chi accetta che le cose vadano comprese e analizzate e chi pretende che siano sempre semplici.
Il costo di tutto questo è più profondo della sgradevolezza di un dibattito urlato. Una posizione ragionata richiede due risorse oggi scarsissime: il tempo per costruirla e la tolleranza all’incertezza per mantenerla. La posizione netta non chiede né l’uno né l’altra. Si adotta in un secondo e si difende per inerzia. Ma una volta presa, smette di lavorare, non la si interroga più, non la si aggiorna di fronte a un fatto nuovo, non la si confronta sul serio con l’altra opposta. Diventa un’identità, e le identità non si discutono: si proteggono.
Ecco perché “posizioni nette” e “pensiero corto” vanno di pari passo. La nettezza somiglia a un pensiero forte, ma spesso è un pensiero che si è fermato presto, appena ha trovato un appiglio comodo. Pensare davvero è quasi sempre un’operazione lunga, faticosa, provvisoria.
Non sto facendo l’elogio dell’indecisione. Ci sono questioni su cui è giusto e doveroso prendere una posizione netta, e l’equidistanza permanente è solo un’altra forma di pigrizia, specialmente quando si tratta di libertà, valori e rispetto dei diritti dell’uomo. La semplicità, quella vera, resta un valore. La falsa semplicità fa l'opposto: invece di chiarire le cose, le rende più semplici di quanto possano esserlo. Il punto è non spacciare come conclusione ciò che è solo una scorciatoia per evitare di pensare.
La prossima volta che qualcuno mi chiederà se sono a favore o contro l’intelligenza artificiale, proverò a resistere alla tentazione di dare la risposta che si aspetta. Risponderò “dipende”, e poi spiegherò da cosa. Rischio di sembrare uno che non si sbilancia. Ma preferisco passare per uno che esita piuttosto che per uno che ha smesso di usare i pochi o tanti neuroni di cui ancora dispone.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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Chiarissima e condivisibile la posizione espressa nell'articolo,ma a volte la delega (almeno parziale) sul ragionamento va data a qualcuno di cui dobbiamo "fidarci" (specialmente in politica). Non si tratta di pigrizia ma di impossibilità reale di comprendere a fondo gli aspetti di ogni singola materia. Certo è importante la consapevolezza della scelta.
Lascio immaginare tale argomento svolto attorno al tema dell’energia e non dell’AI….. il guelfo ghibellismo raggiunge livelli osceni e la complessità si presenta ai primi incerti passi che uno muove nel settore 😂. Benvenuto a bordo!