Condivido pienamente anche per mia diretta esperienza che le persone con forte competenza sono disponibili ad ammettere i propri errori ed a confrontarsi.
Grazie, un post ispiratore e pieno di riflessioni. Molto Interessante questo aspetto, quasi un gioco di parole del termine ingenuo. Rimango sempre affascinato da come le radici delle parole di origine latina permettano un vocabolario ricco e completo. Un viaggio etimologico raffinato o confronto al lessico attuale che, come ha evidenziato, usa gli stessi termini per dire altro (anche se la trasformazione è avvenuta nei corso dei tempi).
Bel pezzo, grazie per il ripasso su ingenuus. Aggiungo un tassello che arriva dall'inglese e complica un po' la tua parabola.
L'inglese ha una parola, ingenuity, che oggi vuol dire soltanto capacità di inventare, di trovare la soluzione astuta. Verrebbe da pensare che derivi da ingenium, la radice del talento e dell'ingegnere, e invece viene da ingenuus, la stessa identica radice dell'ingenuo di cui scrivi tu. Quando entra in inglese, intorno al 1590, significa più o meno quello che ingenuitas era per i romani, la condizione del libero per nascita e la franchezza che ne derivava.
Poi, nel Seicento, gli inglesi cominciano a confondere ingenuous, il candido, con ingenious, l'intelligente, e lo facevano un po' tutti, Shakespeare compreso. A furia di scambiarli, ingenuity scivola dentro il significato dell'astuzia e ci resta. Il senso vecchio, quello del candore, oggi i dizionari lo segnano come arcaico.
C'è un risvolto che secondo me allarga la tua tesi. L'italiano ha fatto cadere «ingenuo» in modo visibile, la parola porta addosso la sua retrocessione e chiunque la sente se ne accorge. L'inglese ha fatto il contrario, invece di declassare la parola l'ha tenuta in alto: ingenuity è rimasta un complimento.
Condivido davvero l’idea dell’ “ingenuità “ come generatrice di senso e di “benessere”. Per controprova mi pare che proprio il “ calcolo” di comportamenti, parole e relazioni contribuisca all’ insensatezza e al malessere spesso leggibili intorno a noi.
Concordo anche sul fatto che l’ ingenuità sia trasmissibile e felicemente contagiosa, per cui la apprezzo come personale impegno di testimonianza …
Condivido pienamente anche per mia diretta esperienza che le persone con forte competenza sono disponibili ad ammettere i propri errori ed a confrontarsi.
Grazie, un post ispiratore e pieno di riflessioni. Molto Interessante questo aspetto, quasi un gioco di parole del termine ingenuo. Rimango sempre affascinato da come le radici delle parole di origine latina permettano un vocabolario ricco e completo. Un viaggio etimologico raffinato o confronto al lessico attuale che, come ha evidenziato, usa gli stessi termini per dire altro (anche se la trasformazione è avvenuta nei corso dei tempi).
Bel pezzo, grazie per il ripasso su ingenuus. Aggiungo un tassello che arriva dall'inglese e complica un po' la tua parabola.
L'inglese ha una parola, ingenuity, che oggi vuol dire soltanto capacità di inventare, di trovare la soluzione astuta. Verrebbe da pensare che derivi da ingenium, la radice del talento e dell'ingegnere, e invece viene da ingenuus, la stessa identica radice dell'ingenuo di cui scrivi tu. Quando entra in inglese, intorno al 1590, significa più o meno quello che ingenuitas era per i romani, la condizione del libero per nascita e la franchezza che ne derivava.
Poi, nel Seicento, gli inglesi cominciano a confondere ingenuous, il candido, con ingenious, l'intelligente, e lo facevano un po' tutti, Shakespeare compreso. A furia di scambiarli, ingenuity scivola dentro il significato dell'astuzia e ci resta. Il senso vecchio, quello del candore, oggi i dizionari lo segnano come arcaico.
C'è un risvolto che secondo me allarga la tua tesi. L'italiano ha fatto cadere «ingenuo» in modo visibile, la parola porta addosso la sua retrocessione e chiunque la sente se ne accorge. L'inglese ha fatto il contrario, invece di declassare la parola l'ha tenuta in alto: ingenuity è rimasta un complimento.
Gentile Alfonso,
Grazie di questa riflessione.
Condivido davvero l’idea dell’ “ingenuità “ come generatrice di senso e di “benessere”. Per controprova mi pare che proprio il “ calcolo” di comportamenti, parole e relazioni contribuisca all’ insensatezza e al malessere spesso leggibili intorno a noi.
Concordo anche sul fatto che l’ ingenuità sia trasmissibile e felicemente contagiosa, per cui la apprezzo come personale impegno di testimonianza …
Mi ha ricordato il personaggio di "Croccodile Dundee". L' ingenuo australiano nella metropoli americana.
Grazie professore