L'ingenuità dei forti e la forza degli ingenui
A Roma era la libertà di chi non doveva difendersi. Oggi è il difetto di chi non sa farlo.
C’è una scena nella prima stagione di Ted Lasso che non dimentico. Ted gioca a freccette contro Rupert, l’ex marito della proprietaria del Richmond. Rupert tratta Ted da americano sempliciotto, da allenatore di football trapiantato per errore nel calcio inglese, da figura comica di cui ridere alle spalle. La partita è una trappola: una sfida lanciata per umiliarlo davanti a tutti.
Ted accetta. Mentre tira, racconta una storia. Da bambino lo sottovalutavano sempre tutti, perché era piccolo, perché era educato, perché diceva quello che pensava. Un giorno ha letto una frase attribuita a Walt Whitman (“be curious, not judgmental”) e da allora ha deciso di non comportarsi più come chi lo guardava dall’alto. Avrebbe smesso di valutare le persone prima di averle viste. Avrebbe avuto curiosità nei loro confronti, anche nei confronti di chi lo derideva. Detto questo, Ted prende l’ultimo dardo, fa un perfetto centro e vince la partita. Si scopre che ha giocato a freccette con il padre per anni.
Cosa abbiamo fatto a una parola
La parola ingenuo deriva dal latino ingenuus: in- unito a gignere, generare. Il senso letterale è “nato dentro”. Nel diritto romano ingenuus designava chi era nato libero all’interno della società, in contrapposizione al libertinus — il liberto, lo schiavo che si era conquistato l’affrancamento. Era una distinzione giuridica. L’ingenuus portava la libertà come condizione originaria, non come trofeo. Da quella condizione discendevano le qualità morali che i romani gli attribuivano: franchezza, generosità, schiettezza, nobiltà d’animo, autonomia di pensiero. Quelle qualità discendevano dal fatto di non aver mai dovuto difendersi. La sicurezza che dava la libertà originaria diventava un modo di stare al mondo.
C’è una parentela etimologica che la modernità ha quasi dimenticato. La stessa radice in-gignere che genera ingenuus genera anche ingenium: il talento, la disposizione naturale, l’inventiva, ciò che nasce dentro come capacità creativa. Da ingenium il latino medievale ricava ingeniarius, il nostro ingegnere. Ingenuità e ingegneria sono parole sorelle: l’una conserva la libertà di ciò che nasce dentro, l’altra ne dispiega le possibilità.
Oggi la parola ingenuo significa quasi il contrario. Indica chi non capisce, chi si lascia ingannare e attaccare, chi non sa difendersi. È diventata un giudizio di inadeguatezza tecnica e umana: l’ingenuo è chi non sa giocare bene la partita, non è adatto.
Una parola svilita
Il percorso si può raccontare per tappe. Nel mondo romano l’ingenuus è il libero per nascita, e la sua franchezza è il segno di una condizione, non un tratto del carattere. Nel cristianesimo medievale l’ingenuità non scompare: si trasforma, si incrocia con l’umiltà, con il “siate semplici come le colombe” del Vangelo, con la purezza di cuore. Il significato resta alto: cambia il segno sociale, da aristocratico a evangelico.
Le cose cominciano a cambiare tra il Rinascimento e l’Illuminismo. L’ingenuo, in un mondo in cui ogni gesto è una mossa, comincia a sembrare fuori posto. È in questo passaggio che Machiavelli, nel Principe del 1513, codifica il calcolo come razionalità politica: il principe che voglia durare deve essere volpe e leone, conoscere i lacci ed esibire la forza, non parlare franco. Da quel momento, il pensiero politico europeo legge la franchezza come imprudenza tecnica. Il Romanticismo aggiunge un altro strato: l’ingenuo è il puro, il fresco, il non sovrastrutturato, l’infanzia non rovinata dal mondo. Salvo che, di nuovo, “non rovinato dal mondo” finisce per dire “non in grado di affrontare il mondo”.
Il Novecento porta a compimento la caduta. Le organizzazioni complesse, i mercati, la politica di massa, la comunicazione professionale, tutto insegna che chi parla franco si espone, chi si fida senza riserve viene fregato, chi propone senza calcolo perde la presa. Il vocabolario manageriale del secondo Novecento non usa quasi mai la parola ingenuità in senso positivo. Si parla di competenza, di postura strategica, di intelligenza emotiva intesa come capacità di leggere e di gestire. L’ingenuo, in questo vocabolario, è chi si mette fuori dal gioco.
Una società che chiama ingenuo chi non finge afferma che fingere è la norma. Una società che considera vulnerabile chi parla franco sta dicendo che la franchezza ha bisogno di protezioni che il sistema non offre. Tutti sosteniamo che vorremmo più franchezza (nelle aziende, in politica, nei rapporti privati) e tutti, nelle posizioni di responsabilità, premiamo chi calcola meglio. È il piccolo paradosso quotidiano che fa la differenza tra come parliamo del mondo e come lo viviamo.
La finta franchezza
Una parte considerevole di ciò che si presenta come “franchezza” nel discorso pubblico contemporaneo è in realtà il suo opposto: una provocazione calcolata, costruita per generare contrapposizione e attirare l’audience. Il talk show urlato, il commentatore che sceglie la frase più estrema per restare in scaletta, l’influencer che alza i toni perché l’algoritmo premia l’indignazione, il politico che dice volutamente la cosa sgradevole sapendo che incassa attenzione. Sono strateghi del rumore. La loro presunta franchezza è una merce e funziona per la ragione opposta a quella antica: dove l’ingenuus parlava per non dover calcolare, il provocatore strilla perché ha calcolato che strillare paga. È un rovesciamento esatto, mascherato dal fatto che produce all'esterno lo stesso suono.
L’ingenuità dei forti
Il titolo di questo post ha una doppia faccia: questa è la prima. L’ingenuità dei forti. L’ingenuità, nel senso che le tradizioni antiche conservano, è un privilegio di chi è abbastanza solido da non aver bisogno di difendersi. È la libertà che si concede a chi conosce bene il proprio terreno.
Ho conosciuto persone così, nei trent’anni di lavoro. Sono spesso le più qualificate al tavolo. Il senior partner ammette di non capire un passaggio tecnico e chiede di spiegarglielo. Lo studioso che riconosce il valore di un’osservazione che gli arriva da una disciplina lontana dalla sua, senza la prudenza calcolata che gli studiosi maturi costruiscono come scudo. Il dirigente che dice “su questo ho sbagliato”, senza far seguire un “ma” di difesa. Sono gesti che il vocabolario corrente classifica come ingenui, ma che in realtà sono atti di solidità. Solo chi sta saldo nel proprio mestiere può permettersi di esporlo al dubbio. Solo chi non teme di perdere il riconoscimento può permettersi di riconoscere gli altri.
L’aristocrazia romana lo sapeva, e per ragioni molto diverse dalle nostre: era libera per nascita, e la libertà originaria la metteva al riparo dal bisogno di apparire libera. Noi abbiamo perso quella libertà strutturale e ne abbiamo costruita un’altra, fatta di posizioni, ruoli, capitale reputazionale. Difenderla richiede calcolo permanente. E il calcolo permanente, alla lunga, erode esattamente ciò che dovremmo permetterci: la franchezza.
La forza degli ingenui
La seconda faccia. La forza degli ingenui. Se l’ingenuità è un privilegio dei forti, è anche, per movimento contrario, una scelta che produce forza in chi la fa.
Chi rinuncia al calcolo non vince ogni partita. Spesso ne perde alcune che il calcolo gli avrebbe fatto vincere. Ma ottiene un’altra cosa che il calcolo non produce mai: trasforma il tavolo su cui sta seduto. Ted Lasso, nelle tre stagioni della serie, non vince quasi nulla sul piano sportivo: il club retrocede, risale, perde le finali, poi recupera. Eppure tutti i personaggi che ruotano intorno a lui finiscono per trasformarsi. Non perché Ted predichi loro qualcosa. Perché si comporta come si comporta, costantemente, senza scendere a patti con la propria menzogna.
Nel piccolo lo vediamo tutti. La riunione cambia temperatura quando qualcuno dice qualcosa di vero invece di qualcosa di atteso. La discussione di progetto si sblocca quando si smette di difendere la propria posizione e si ammettono i propri limiti. La relazione regge gli urti quando c’è una persona che dice quello che pensa anziché quello che conviene. Sono effetti minori, perfino impercettibili se presi singolarmente. Sommati, fanno la differenza tra un’organizzazione che si decompone in cordate e un’altra che continua a produrre senso, tra una vita di lavoro vissuta dietro lo scudo e una vissuta a viso scoperto.
La scelta
Per il romano, forza e ingenuità coincidevano: si era forti perché si era ingenui, si era ingenui perché si era forti; entrambe le qualità provenivano dalla libertà ricevuta in eredità alla nascita. La modernità ha separato le due cose. Ha definito la forza come capacità di calcolo e l’ingenuità come incapacità di calcolare.
Quindici anni fa, su un blog che oggi sembra di un’altra epoca, scrissi un pezzo intitolato “Voglio essere un ingenuo”. Difendevo un appello civile contro le critiche che lo ritenevano irrealistico. Il senso è rimasto lo stesso, anche se il contesto è cambiato. Si rivendica la libertà di non fingere.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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