Questa è una recensione negativa. Di solito segnalo libri che mi piacciono, ma questa volta voglio parlare di un saggio che non mi è piaciuto, pur essendo stato molto apprezzato da non pochi osservatori e studiosi. Lo lessi nel 2021 e mi è tornato in mente pochi giorni fa leggendo un altro scritto su tematiche simili.
Mi aveva deluso molto perché, pur condividendo diverse analisi e osservazioni, mi sembrava che, alla fine, le proposte fossero molto limitate e, soprattutto, simboliche. L’avevo anche scritto su Goodreads.
Sfruttando GenAI, ho chiesto di generarmi una valutazione in base ai giudizi emersi sulla rete. Questo il risultato:
Il nodo centrale, secondo la letteratura accademica, è questo: se si ritiene — come fa Sandel — che la rabbia populista sia alimentata principalmente da una perdita di riconoscimento e stima e non solo da condizioni materiali, allora le politiche redistributive classiche da sole non bastano, e le sue proposte diventano più coerenti. Se invece si crede che i danni materiali abbiano la priorità, allora le sue soluzioni appaiono insufficienti. Non è quindi una questione di superficialità, ma di una scelta filosofica su cosa curare prima — e su questo il dibattito tra studiosi è genuinamente aperto. [direct.mit]
Il problema, tuttavia, è che anche chi condivide le premesse di Sandel tende a concludere che le sue proposte concrete rimangano al di sotto dell’ambizione normativa del libro stesso: coerenti con il suo pensiero comunitarista, ma insufficienti anche nei termini in cui lui stesso pone il problema. [scholarship.law.columbia]
A distanza di tempo dalla mia lettura, il mio giudizio non è cambiato. Anzi, per certi versi è peggiorato. Soprattutto se considero la realtà italiana.
Questo non è il Paese del merito: altro che tirannia!
Il nostro è il paese della relazione, delle cordate, del familismo. Lo vediamo in tutti gli ambiti della vita sociale, politica ed economica. Chi avanza troppo spesso lo deve meno a ciò che sa fare che a chi conosce, a quale cordata o corrente appartiene. Anche cercando di non cadere in un vuoto populismo, onestà intellettuale vuole che questo sia riconosciuto — e che lo si dica chiaramente.
Il problema italiano, insomma, non è che il merito tiranneggia: è che non riesce nemmeno ad affermarsi.
Confondiamo arbitrio con meritocrazia.
In questo senso, il libro di Sandel parla di un mondo che per noi resta ancora un obiettivo da raggiungere, non un eccesso da correggere.
Non è solo una mia impressione. Il Meritometro 2024 — sviluppato dal Forum della Meritocrazia con l'Università Cattolica — ci assegna 27 punti su 100: ultimi tra 12 Paesi europei, per il decimo anno consecutivo. E l'85% degli italiani che hanno lasciato il Paese ritiene che la meritocrazia sia minore in Italia rispetto a quella dei Paesi in cui vivono.
Devo dire che, in questo periodo, quel che sta succedendo negli Stati Uniti mi pare che li avvicini alle nostre pratiche. E di certo non sono così ingenuo da pensare che negli altri paesi non ci siano fenomeni simili. Ma il nostro Paese su questo vince a mani basse.
Ci fosse un po’ di meritocrazia!
© 2026 Alfonso Fuggetta & Sonia Montegiove Salvo diversa indicazione, tutti i contenuti di questa pubblicazione sono protetti da copyright e rilasciati con licenza CC BY-NC-ND 4.0: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it




Credo che lei abbia ragione. Mi occupo professionalmente di ambiti nei quali il merito dovrebbe essere addirittura l'unica religione (ad esempio, concorsi accademici, gare per l'assegnazione di contratti) ed ho avuto ampie e significative esperienze politiche, anche li valutando il merito (che anche in politica dovrebbe essere determinante per le scelte) come variabile inesistente e parlare in Italia di tirannia del merito mi sembra veramente paradossale. Il rimedio è, senza girarci intorno, che il merito ci sia e non sarebbe difficile se non avessimo tutti troppi amici, troppi parenti troppi sodali da accontentare. L'Italia è più che altri paesi (ma a giudicare da chi eleggono presidente anche altri non stanno messi bene) esposta al pericolo ma non vedo misure né legislative nè il loro presupposto sociale e culturale andare in questa direzione. Non spero bene e del resto i cicli di sviluppo e regresso delle società e delle nazioni senza essere vichiani sono una incontrovertibile realtà.
Caro Prof., con entusiasmo ed umiltà, questa volta sono lieto di dire che il mio punto di vista è diverso. Sandel non sostiene che il merito tiranneggi in generale, ma che spesso guardiamo solo chi “ce l’ha fatta” riconoscendolo loro il merito di aver raggiunto ciò che la società definisce conformisticamente come “successo”, senza davvero valutare quanto siano stati determinanti i fattori quali le condizioni iniziali, il capitale relazionale e la contingenza che hanno portato al riconoscimento di quello status oltre alla capacità ed all’impegno individuale. Inoltre, guardiamo chi “non ce l’ha fatta” ed in loro tendiamo a vedere solo l’assenza di merito, senza considerare le diverse condizioni iniziali, un limitato capitale relazionale oppure contingenze sfavorevoli, nonostante capacità ed impegno.
Quindi la tirannia del merito riguarda il bias ad attribuire l’assenza del merito a chi non ha avuto il riconoscimento del merito! Non riguarda invece chi lo ha avuto, visto che viene loro riconosciuto quasi automaticamente a partire dallo status raggiunto.
C’è una conversazione molto interessante tra Sandel e Piketty, pubblicata con il titolo “Uguaglianza” dove questo aspetto è chiarito.
Sono d’accordo invece sul fatto che le azioni proposte siano vaghe. Su questo punto possiamo ammettere che si può concordare sui principi generali descritti nel libro, purtroppo non abbastanza pragmatici. Dovremmo tutti impegnarci a promuovere una vera cultura del merito ed un concetto più ampio di “successo” con azioni concrete e basate su responsabilità individuale e collettiva, come società.
Di certo non stiamo vivendo l’american dream, o se c’è ancora non è sicuramente accessibile a tutti, ma non possiamo neanche pensare di dover restare immobili o addirittura giustificarci o arrenderci quando affrontiamo difficoltà lungo il percorso verso l’obiettivo di progredire.
Sarei molto felice di continuare a confrontarci.