Sono tanti i dolori, piccoli e grandi, che viviamo nel corso della nostra vita. Sono parte della nostra esistenza, da sempre, dall’inizio del tempo. Alcuni sono legati alla salute, alle disgrazie, a fatti imprevedibili. Altri sono il frutto del comportamento delle persone, di chi ti sta vicino, di chi sceglie di tenere o non tenere certi comportamenti, di prendere o non prendere quelle decisioni che ti colpiscono e ti accasciano.
Nel primo caso spesso non si sa che fare. Sono eventi che giungono senza che tu possa evitarli. Puoi gestirli, puoi pregare il Signore che ti dia la forza di affrontarli e di superarli.
Ma quando il male è causato dall'intenzione esplicita di colpire l’altro, allora sento in me la rabbia che sale, perché quel dolore non è inevitabile. È il risultato di chi ha la possibilità di scegliere e sceglie di farti del male.
In quei momenti avrei voglia di gridare tutto ciò che penso e provo, di sfogare la rabbia che sento dentro di me e che non riesco a contenere. So che gli errori fanno parte della nostra natura umana. Io per primo sbaglio e quindi capisco che nessuno sia infallibile. Ma sento – o forse mi illudo – che i miei errori siano sinceri, trasparenti, in buona fede. Non penso di aver mai fatto del male intenzionalmente o consciamente. Anzi, la mia educazione cattolica mi porta, in ogni circostanza, a chiedermi dove ho sbagliato e quale “peccato” abbia commesso, io per primo, anche quando è evidente o plausibile che le responsabilità siano altrove.
Troppe volte, invece, vedo l’intenzionalità, la volontà di colpire, di irridere, di fare del male, come se ciò potesse servire a dimostrare di essere più forte, più intelligente, più “bravo”. È l’ansia incontenibile di chi deve spintonare, farsi largo a qualunque costo per essere sempre in prima fila, davanti a tutti, vincente agli occhi del mondo.
Ma c’è anche altro. La verità più amara è che gran parte del male nasce da persone che non scelgono davvero se essere giuste o ingiuste: si lasciano trasportare dall’indifferenza, dall’ignavia, dal conformismo, dal proprio tornaconto, senza interrogarsi sulle conseguenze. Lo vedi, magari col tempo, ma prima o poi te ne rendi conto, sempre. La banalità del male di Hannah Arendt.
È difficile restare indifferenti di fronte a tutto questo. Io faccio fatica, non riesco a dimenticare, a lasciare andare.
Ho letto questo libro di Mel Robbins – un best seller – sull’onda di molte segnalazioni e recensioni entusiastiche. E leggendolo, i sentimenti che ricordavo poco fa sono esplosi dentro di me senza che potessi contenerli.
È un testo che parla del “lasciare andare”, del non restare vittime di ciò che ti ha colpito, di volgere lo sguardo dal passato al futuro, dal viso di chi ti ha fatto del male al nostro, riflesso della nostra anima.
“Let them, let me” è la frase centrale dell’edizione inglese che non riesco a tradurre in italiano con la stessa semplicità ed efficacia.
È questa la sintesi di questo libro, certamente un po’ prolisso e ripetitivo, “americano”, come ha commentato un lettore. Ma è indubbio che dietro quelle semplici parole – “lascia andare” – ci sia la saggezza di secoli di storia e di riflessione filosofica e religiosa.
Spero di ricevere questo dono e di riuscire a coltivare la straordinaria capacità di lasciare andare. Non voglio più essere prigioniero delle persone che ti controllano e ti procurano dolore. Voglio saper guardare avanti e cercare, con calma, pazienza e tenacia, un futuro di riscatto e di gioia.
Vi saluto con queste poche e semplici parole di Alessandro Baricco.
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Buongiorno! Il libro che hai citato è molto richiesto in questo periodo. Io non l'ho ancora letto quindi non posso fare riflessioni sul suo contenuto.
Siamo entrambi cattolico quindi abbiamo una formazione molto simile, immagino.
La mia opinione è che bisognerebbe partire dal chiedersi chi siamo noi nella nostra essenza più profonda. Da cristiani siamo anzitutto creature amate immensamente, prima che peccatori. Lo siamo noi quanto gli altri, buoni e cattivi che siano.
Se non si parte da questo presupposto temo che il lasciar andare si avvicini pericolosamente al fregarsene.
Proprio ieri mi è stato raccontato che Maria Goretti, sul punto di morire, ha chiesto a Dio di portare in Paradiso il suo assassino. Non gli ha chiesto solo di perdonarlo o di lasciarlo andare al suo destino, gli ha chiesto di convertirlo.
Naturalmente questi sono atti eroici che non sono richiesti a tutti, ma ci sono varie forme di auto-tutela dal male e quella che il Vangelo propone mi sembra la più efficace e appagante.
Se ti va e hai tempo, puoi spiegarmi meglio qual è la "ricetta" del libro?
Aggiungo una mia opinione: credo che spesso il male sia generato senza alcun vantaggio per chi lo produce, come scrive Carlo M .Cipolla, perché siamo pervasi da un tasso di ignoranza, malafiducia e inconsapevolezza enorme che spesso raggiunge livelli veramente difficili da spiegare. In questo senso” lasciare andare” è una formula di autodifesa e risparmio energetico, anche se a 61 anni ero già arrivato naturalmente ad applicare spesso questa formula, uno dei motivi per cui ho finito a fatica il libro, anche se ho rivisto dinamiche vissute a livello personale e familiare. Il definirlo” americano” è perché l ho trovato in alcune parti molto manualistico ( tipo Dieci modi per diventare …) che mi ha ricordato alcune convention aziendali dove ti vogliono convincere che puoi vendere 30 aspirapolvere al giorno e diventare ricco. A volte le cose sono molto complesse e non basta contare fino a cinque per ripartire. Queste semplificazioni mi hanno fatto un po’ sorridere, anche se un fondo di verità lo si trova. Non credo che leggerò altro di questa autrice.