Il re è nudo
Cosa ci insegnano le vicende legate al metaverso e dintorni.
È di questi giorni la notizia che Apple ha tagliato la produzione di Vision Pro perché la domanda è molto bassa (l’articolo originale del Financial Times del 1 gennaio 2026 è dietro paywall, qui un’altra fonte che lo cita). Dal canto suo, Meta, che aveva cambiato nome e fatto investimenti miliardari scommettendo sul metaverso, da tempo sta facendo marcia indietro e investendo su AI:
Mark Zuckerberg built a $70 billion ghost town. Now, Meta is quietly killing the lights in parts of the metaverse, trimming Reality Labs spending, and talking up AI and the core apps that actually make money — instead of legless meetings in virtual conference rooms.
…
For three years, the company tried to brute-force another new reality into existence: new name, new stock ticker, new keynote vocabulary about “presence” and “embodied internet.” What Meta mostly produced was a spectacularly unbalanced P&L. Zuckerberg wanted the metaverse. It seems no one else did. Zuckerberg reportedly asked Meta teams to find about 10% in savings, but the metaverse group was asked to cut deeper because the company “has not seen the level of industry-wide competition over the technology that it once expected.”
Reality Labs — the division that makes Quest headsets, Horizon Worlds, and Ray-Ban Meta glasses — has stacked up more than $60 billion in operating losses since 2021, including annual losses of $10.2 billion in 2021, $13.7 billion in 2022, $16.1 billion in 2023, and $17.7 billion in 2024. In the most recent quarter, Reality Labs posted a $4.4 billion loss on about $470 million in revenue.
E vogliamo parlare del successo annunciato (e non pervenuto) di occhiali e visori vari che, da anni, avrebbero dovuto cambiare la nostra vita? Siamo ancora in attesa, non tanto e non solo di dispositivi comodi da indossare e con batterie ragionevolmente capaci di garantire un uso continuo significativo, ma soprattutto di un motivo vero, serio e utile per cui dovremmo usare queste tecnologie.
Sono solo alcune delle notizie sul metaverso, la tecnologia che doveva essere una rivoluzione epocale capace di trasformare radicalmente la nostra società e che, in realtà, non lo è.
Questo stallo è una sorpresa o dovevamo aspettarcelo?
In verità, alcuni (incluso chi scrive) fin da subito avevano sollevato dubbi sulla reale innovatività e significatività del metaverso e sul fatto che non vi fossero elementi che giustificassero quel livello di investimenti e di aspettative. Ma, come spesso accade, l’hype superava di gran lunga la ragionevolezza, anche perché i media non aspettano altro che “cose nuove e rivoluzionarie” di cui parlare. Nuovi guru si lanciarono a spron battuto per conquistare la nuova “piastrella” e occupare le scene su ogni canale tradizionale e digitale. La ricerca della novità e l’esaltazione esagerata dello smart working e dell’interazione virtuale fecero il resto. In poco tempo furono annunciate la morte del luogo fisico e la nascita dei luoghi virtuali, dove tutto sarebbe accaduto con meravigliose conseguenze per l’intera umanità. Purtroppo, troppe persone hanno una memoria scarsa e, per di più, si fermano agli aspetti epidermici e ludici delle tecnologie. La voglia di visibilità e di marketing ha completato il danno. Alla fine, come si vede, queste aspettative sono state deluse. Molto.
Il metaverso era “dead on arrival”, come dicono gli anglosassoni.
Non abbiamo voluto rinconoscerlo né accettarlo, ma così era.
Perché? Per una serie di ragioni.
Innanzitutto, era un film già visto, un remake che non aggiungeva nulla di sostanziale all’originale (nel nostro caso, Second Life e dintorni). Chi vide la nascita di Second Life qualche lustro/decennio fa sapeva bene che, con il metaverso, si ritrovava di fronte a un copione perlopiù noto. Cosa era cambiato, strutturalmente e concettualmente, rispetto a quella soluzione? Non basta avere tecnologie più potenti e immersive se l’impatto concreto e l’esperienza delle persone non cambiano in modo percepibile e utile. Era una tecnologia di nicchia prima; lo è anche oggi.
L’ergonomia è ancora insufficiente. Visori e occhiali presentano ancora problemi di peso, scarsa autonomia, disorientamento e fatica nell’uso, nonché una complessità dell’interazione in contesti che restano innaturali. Sono tutti fattori che continuano a penalizzare queste tecnologie. E non è certo lo “scaling”, l’aumento delle prestazioni tecnologiche, che da solo può risolvere il problema (AI docet), che è invece strutturale e richiede cambi di paradigma profondi, anziché semplici miglioramenti che conservano le stesse caratteristiche e vincoli di fondo.
Ma soprattutto, qual è il motivo per cui dovremmo usare il metaverso? Qual è il “why”? Quale vantaggio reale otteniamo quando viviamo in un mondo virtuale in cui, a dispetto delle grandi innovazioni delle tecnologie di base (grafica, capacità di elaborazione, nuove interfacce utente), l’interazione è del tutto innaturale e artificiosa e non aggiunge di per sé un valore utile a ciò che già facciamo? Le tecnologie di successo sono tali quando non possiamo più farne a meno, quando ci cambiano la vita, com’è stato per il personal computer o lo smartphone. In che cosa il metaverso sarebbe per noi irrinunciabile?
In realtà esistono applicazioni con un potenziale significativo, ma sono specialistiche e di nicchia e coinvolgono più l’Augmented Reality che la Virtual Reality. Alcune sperimentazioni o possibili applicazioni nel campo della manutenzione di beni e servizi complessi appaiono promettenti. Così come le esperienze di vendita che rendono possibile al consumatore/acquirente “toccare con mano” e vedere un bene che ancora non esiste e che deve essere costruito su specifica del cliente. È il caso di sistemi di configurazione per beni complessi (come auto o yacht), per i quali oggi è possibile creare esperienze immersive e coinvolgenti del tutto diverse da quelle convenzionali a cui siamo abituati. Ma tutto ciò non ha certo l’ampiezza e l’ambizione che si celavano dietro gli investimenti miliardari destinati al metaverso.
In realtà, l’insieme delle considerazioni fin qui proposte non poteva portare ad un esito diverso da quello ricordato all’inizio di questo post:
un sostanziale fallimento o, quanto meno, una “missed expectation”.
Che lezioni trarre? Come evitare di ripetere gli stessi errori con altre ondate tecnologiche, come l’AI?
Bisogna aver memoria del passato per capire se effettivamente ci sono cambiamenti paradigmatici o di contesto rispetto a quanto già visto. Altrimenti, “Insanity is doing the same thing over and over again and expecting different results.” È un’affermazione spesso attribuita ad Albert Einstein anche se la sua origine non è certa. Sicuramente, è molto pertinente.
Non basta il nuovismo tecnologico fine a se stesso: serve un impatto reale e convincente. La novità o la sfiziosità di una soluzione può attirare e suscitare curiosità. Ma l’adozione all’interno delle nostre vite personali e professionali richiede ben altre emozioni e livelli di coinvolgimento.
Non basta lo scaling. Non basta avere più prestazioni per risolvere problemi che invece sono concettuali e strutturali. AI docet, come scrivevo.
Bisogna avere coraggio e onestà intellettuale per dire che il re è nudo, anche quando media e opinion maker creano nuovi argomenti di discussione che ammaliano e coinvolgono l’opinione pubblica. Troppe volte, chi prova a formulare considerazioni critiche è qualificato come “boomer” (“vecchio conservatore”) o come poco lungimirante.
Con il metaverso abbiamo rivisto un film già proiettato innumerevoli volte. Alla valutazione seria di un’innovazione tecnologica si preferiscono l’emozione della comunicazione accattivante, l’ansia di suscitare curiosità, il gusto di apparire “nuovi e moderni” e la voglia di creare un messaggio di marketing capace di catturare l’attenzione del cliente.
Oggi più che mai, ciò che realmente serve è affrontare queste questioni delicate con maturità e serietà, parole poco di moda in questi tempi complessi. Ma non esistono alternative. Come mi piace ripetere spesso, prima o poi Madama Realtà presenta il conto, che lo si voglia o meno.




Meta reality labs é quello che succede quando un multi miliardario è convinto di voler lanciare una startup, ma invece di avere 100k come molti imprenditori all’inizio ha 10B da rischiare. C’è il grosso rischio di confondere il marketing che ti stai comprando e l’attenzione che ottieni perché sei già estremamente famoso con un vero product market fit. É una delle ragioni (non l’unica) per cui i cambi di paradigma raramente arrivano da chi è già big. Se hai già un business model che funziona con prodotti che hanno un fit pazzesco, é davvero difficile che la tua nuova venture sia messa alla prova contro il mercato in condizioni realistiche.
Come sempre lucido, chiaro anche per non esperti come me e con indicazioni che mi sembrano decretare la fine del sogno del metaverso (che di mero istinto non mi aveva mai affascinato; perché devo fingere di andare in tribunale se alla fine faccio prima e meglio se ci vado di persona). Ma mi sorge spontaneo farle una domanda che non se se ha già esaminato e alla cui problematica accenna. Che direzione sta prendendo la utilizzazione ormai molto significativa dell’intelligenza artificiale. Se ha già scritto qualcosa gradiró come risposta anche solo la citazione della sua opera?