Il caso Fable e la vera colpa del ritardo europeo
L’Unione Europea è il capro espiatorio facile. L’Europa è il problema vero.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude, soprattutto per la ricerca di fonti e dati. Ho fatto un doppio controllo di fact-checking, ma vi prego di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
Il 9 giugno 2026, Anthropic ha lanciato Claude Fable 5 e Mythos 5, gli ultimi modelli della propria famiglia: Mythos 5 come modello di punta, Fable 5 come versione pubblica accessibile. Tre giorni dopo, il 12 giugno alle 17:21 di Washington, è arrivato un ordine del governo americano. Il comunicato ufficiale di Anthropic lo riporta con parole nette: «Il governo USA, citando le autorità di sicurezza nazionale, ha emesso una direttiva di controllo all’esportazione per sospendere ogni accesso a Fable 5 e Mythos 5 da parte di qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori gli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri di Anthropic». Dovendo bloccare l’accesso a tutti i “foreign national” (categoria che include una parte significativa della sua stessa forza lavoro), Anthropic ha concluso che l’unico modo per essere compliant era spegnere i modelli per tutti i suoi clienti. Il motivo invocato è una vulnerabilità nelle protezioni del modello (un aggiramento, in gergo “jailbreak”) che Anthropic considera di minore entità, replicabile su modelli commerciali concorrenti e priva di danni dimostrati.
Si può osservare che si tratta di un blocco temporaneo. Anthropic dichiara di voler ripristinare l’accesso «il prima possibile». La causa tecnica è un aggiramento, di portata limitata, delle protezioni del modello; il governo USA potrebbe rivedere la decisione entro pochi giorni.
L’obiezione ha un fondamento di verità. Ma ciò che conta della vicenda è l’esistenza dello strumento (il blocco del servizio), non la durata né la portata di questo singolo episodio. La direttiva ha un perimetro asimmetrico: si applica a qualsiasi «foreign national», ma non ai cittadini statunitensi. Oggi viene usata per una vulnerabilità tecnica di minore entità. Domani può essere usata per qualunque ragione geopolitica: pressione commerciale, ritorsione tariffaria, leva diplomatica. Una volta dimostrato che il bottone funziona, chi lo controlla decide quando premerlo.
Di fronte a questo scenario, due fatti diventano evidenti. La vicenda Fable mostra la debolezza dell’UE come attore tecnologico e la dipendenza dell’Europa dal sistema politico-economico americano. L’UE, com’è oggi, dispone di leve limitate per attenuare tale dipendenza. I programmi che finanziano ricerca e tecnologia, da Horizon Europe (il programma europeo di ricerca e innovazione, circa 95 miliardi su 2021-2027) al Chips Act (il piano europeo sui semiconduttori) e all’European Innovation Council (l’agenzia UE per l’innovazione), esistono e contano, ma sono di un ordine di grandezza inferiore agli investimenti privati USA e hanno la forma di un sussidio alla ricerca, non di capitale di rischio. L’UE ha un proprio regime di controllo all’esportazione e altri strumenti di pressione commerciale (lo strumento anti-coercizione economica, le sanzioni, il regolamento sui sussidi esteri), ma manca il monopolio tecnologico che dà a Washington la leva per spegnere modelli AI nel mondo. L’Europa, come continente, avrebbe gli ingredienti per costruire un proprio peso: capitali, industria, filiere della potenza di calcolo. Non li ha valorizzati né sfruttati.
Eppure la reazione più diffusa prende la direzione opposta. Un riflesso automatico: «colpa dell’UE». L’AI Act, il GDPR, Bruxelles. È una scorciatoia che fa due cose contemporaneamente. La prima è confondere due entità distinte: l’UE, organismo politico con leve precise, e l’Europa, continente con una storia industriale, finanziaria e sociale che precede e supera Bruxelles. La seconda, conseguenza della prima, è chiamare in causa un livello istituzionale (l’UE) per non guardarne uno molto più scomodo. È da questa confusione che bisogna partire.
Nota: in questo post non discuto né degli aspetti tecnici né dell’efficacia di GenAI. Ne parlo in altri post. Qui considero solo gli aspetti relativi alle politiche pubbliche, lasciando da parte, per questa volta, le considerazioni di merito.
UE non è Europa
L’UE è un organismo politico. Ha tre istituzioni principali (Commissione, Parlamento, Consiglio) e leve definite: regolazione del mercato unico, bilancio comunitario pari a circa l’1% del PIL aggregato, politica commerciale, antitrust, alcuni programmi di finanziamento (Horizon, Recovery Fund). Non emette debito sovrano. Non gestisce sistemi pensionistici. Non possiede banche. Non decide sugli investimenti delle assicurazioni. Non finanzia i sistemi universitari. Non controlla l’azionariato delle imprese.
L’Europa è una realtà molto più grande e articolata. È un continente con 27 Stati membri dell’UE, oltre al Regno Unito, alla Svizzera e alla Norvegia. Cinquecento milioni di persone. Mercati di capitale costruiti su trenta ordinamenti nazionali, con regole fiscali, di vigilanza e di trasparenza che ogni Stato continua a scrivere per sé. Fondi pensione gestiti a Roma, Berlino, Parigi, Amsterdam. Banche che rispondono alle assemblee e ai regolatori nazionali. Università finanziate dagli Stati. Industrie con azionariato e governance disegnati nei singoli paesi.
Quando un CEO o un editorialista dice «colpa dell’UE» nel contesto dell’AI, intende quasi sempre una di queste due cose: l’AI Act, entrato in vigore progressivamente dal 2025, o il GDPR. Sono critiche regolatorie. Hanno ragioni legittime (la frammentazione applicativa, i costi di compliance, l’ambiguità su alcune categorie di modelli) e altre meno legittime, soprattutto quando la regolazione viene presentata come causa di un divario di scala miliardaria. Il problema dell’AI in Europa è il capitale, non la regolamentazione. E il capitale, in Europa, è materia degli Stati, dei fondi pensione, delle banche, degli azionariati. È materia dell’Europa, non dell’UE. Quanto meno, ad oggi.
Confondere i due livelli porta un chiaro beneficio politico. L’UE è un bersaglio unico, percepito come distante, “altro”. Incolparla è gratis: il consenso interno ne guadagna, le responsabilità nazionali ne escono pulite. L’Europa, come sistema, costringe invece a guardarsi allo specchio e a chiedere conto a Roma, Berlino e Parigi delle scelte di politica industriale, dei bilanci pubblici, delle banche di sistema, dei fondi pensione e delle università. Per questo nel dibattito pubblico si parla della prima e si tace della seconda.
I numeri del continente
Il rapporto di Mario Draghi, The Future of European Competitiveness (settembre 2024), ha fissato un dato che vale la pena leggere con cura: il 61% dei finanziamenti globali alle start-up AI va a società statunitensi, il 17% va in Cina, il 6% nell’Unione Europea. Sul quantum computing il quadro è peggiore: 50% USA, 5% UE.
Lo Stanford AI Index Report 2026 aggiorna e amplia il quadro. Nel 2025, negli Stati Uniti l’investimento privato in AI è stato di 285,9 miliardi di dollari, mentre in Cina di 12,4 miliardi. Tutta l’Europa messa insieme (UE, Regno Unito, Svizzera e Norvegia) si ferma a 20,9 miliardi, pari a un quattordicesimo di quello degli Stati Uniti. Se si guarda alla sola AI generativa, l’asimmetria diventa grottesca: 163,6 miliardi negli Stati Uniti, e Cina ed Europa combinate 4,7 miliardi. Anche nel lungo periodo il quadro non cambia: il cumulato 2013-2025 vede gli Stati Uniti a 757,3 miliardi, contro un’Europa che, sommando i paesi pubblicati nel rapporto (Regno Unito 34,1, Germania 17,2) e stimando in modo generoso il resto del continente, non supera gli 80-100 miliardi, tra un settimo e un nono degli Stati Uniti. La crescita anno su anno tra 2024 e 2025 ha amplificato il divario: USA +160%, Cina +32%, Europa +7%.
Due osservazioni cambiano la lettura del problema. La prima: i numeri si riferiscono al continente europeo, non all’UE. Il Regno Unito è fuori dall’Unione dal 2020 e non ha colmato il proprio divario con gli Stati Uniti più rapidamente rispetto ai principali paesi dell’UE. La Brexit non ha decuplicato il capitale di rischio nel Regno Unito. Se la regolazione UE fosse la causa del divario, ci aspetteremmo che chi è fuori volasse. Non vola.
La seconda osservazione riguarda la scala. Anthropic, in un solo round di finanziamento (i 30 miliardi di febbraio 2026), raccoglie più di quanto tutto il capitale di rischio AI continentale (UE + UK + Svizzera) raccolga in un anno intero. Il progetto Stargate, annunciato a gennaio 2025 da OpenAI, SoftBank, Oracle e MGX (fondo sovrano emiratino), prevede un investimento fino a 500 miliardi di dollari in data center per l'AI negli Stati Uniti nei quattro anni successivi all'annuncio (con 100 miliardi mobilitati immediatamente). Cinquecento miliardi sono più del PIL del Belgio o della Polonia. Sono ordini di grandezza che nessuna correzione regolatoria può colmare. Quando i numeri sono così, la conversazione su “regolamentare meno per crescere di più” si fa surreale: anche raddoppiando il capitale di rischio AI europeo da un anno all’altro, resteremmo a un decimo di quello degli Stati Uniti.
Il quadro, però, non è statico. A febbraio 2025, il presidente Macron ha annunciato a Parigi un piano AI nazionale da 109 miliardi di euro, un mix di impegni pubblici e capitali esteri, il più grande mai annunciato in Europa. La quota di AI nel capitale di rischio europeo è salita al 31% secondo i dati più recenti (Atomico, State of European Tech), segno di una riallocazione delle priorità del VC continentale. Helsing, la start-up di AI per la difesa tedesco-britannica, ha chiuso a giugno 2025 un round da 600 milioni di euro, diventando un secondo campione europeo di frontiera dopo Mistral, in un settore strategico per l’autonomia. Sono segnali che l’Europa sta reagendo. Ma la scala resta di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti, e la tesi del post non cambia: il problema è il capitale, non la regolamentazione.
Le cause sono nazionali
La diagnosi non è nuova. McKinsey, nel rapporto Accelerating Europe’s Competitiveness (gennaio 2024), ha quantificato il divario strutturale tra Europa e Stati Uniti: il capitale di rischio europeo è circa un quarto di quello americano; le grandi imprese USA hanno investito circa 700 miliardi di euro in più rispetto alle pari europee, tra capex e R&D, nel periodo 2015-2022 — pari a circa 3.000 euro pro capite di differenza. Tutte queste asimmetrie hanno una caratteristica in comune: non si risolvono a Bruxelles. Sono il risultato di trent’anni di scelte compiute nelle capitali nazionali e nei consigli di amministrazione di banche, assicurazioni e fondi pensione europei.
Prendiamo i fondi pensione. In Europa, solo l’11% della raccolta di capitale di rischio proviene dai fondi pensione (Invest Europe, 2024). Negli Stati Uniti è la principale fonte di capitale di rischio, poiché i grandi fondi pubblici e privati allocano una quota stabile al capitale di rischio e ai fondi di investimento privati. La direttiva europea sulle assicurazioni (Solvency II) e gli altri regolamenti europei sulla previdenza pongono vincoli, è vero. Ma la quota effettivamente investita in capitale di rischio dai grandi fondi pensione tedeschi, italiani, francesi e olandesi è quasi sempre ben al di sotto dei tetti consentiti. La scelta di non investire in tecnologie ad alto rischio è una decisione dei consigli di amministrazione dei fondi, non un divieto imposto da Bruxelles. Allianz, AXA, Generali e Aviva possono acquistare azioni di Anthropic. Non lo fanno. E quando lo fanno, con altre tecnologie, vendono spesso prima che la posizione maturi.
Stesso discorso per le banche. I grandi gruppi bancari europei rispondono alle assemblee dei rispettivi paesi. Il loro modello di business privilegia l’intermediazione commerciale e l’investimento in titoli di Stato. Il finanziamento azionario di lungo periodo per le start-up tecnologiche è marginale nei loro bilanci e raramente strategico per le loro direzioni. Anche in questo caso, nessuna direttiva impone tale allocazione: è una scelta gestionale ripetuta per decenni.
Il capitale “paziente” è la categoria che sintetizza il problema. Il capitale di rischio americano investe con orizzonti di 7-10 anni, accetta tassi di mortalità altissimi nel portafoglio e si aspetta che pochi exit colossali ripaghino l’intero fondo. Il capitale europeo, anche quando arriva, vuole un rientro più rapido e un rischio più basso. Cassa Depositi e Prestiti in Italia, KfW in Germania e Bpifrance in Francia sarebbero strumenti potenti: istituzioni pubbliche con bilanci ingenti e un mandato a lungo termine. Vengono usati soprattutto per stabilizzare le situazioni di crisi industriali, per i salvataggi e per le infrastrutture. Non per spingere il rischio dove il privato non arriva. Nel 1993, il programma Yozma, lo strumento pubblico israeliano di capitale di rischio, ha dimostrato cosa significhi farlo: 100 milioni di dollari di fondi pubblici hanno attratto 150 milioni di dollari di capitali privati e hanno fatto nascere l’industria del capitale di rischio israeliana, che oggi finanzia ogni anno più start-up AI del nostro continente.
Aggiungo un’osservazione che deriva dalla mia esperienza al Politecnico di Milano e da quella maturata con Cefriel. Le start-up AI italiane buone (ne ho viste passare diverse negli ultimi anni) non chiudono perché l’AI Act le strangola. Spesso vendono ai gruppi USA o si trasferiscono. Il punto di rottura, nei loro racconti, è quasi sempre lo stesso: round di finanziamento successivi da 30, 50, 100 milioni di euro che non esistono. Si trovano i 2 milioni dei primi finanziamenti; si trovano i 5-10 milioni del round successivo. Sopra quella soglia, il capitale europeo finisce e chi vuole crescere deve attraversare l’Atlantico. Il problema è la profondità di mercato, non la regolamentazione.
L’AI Act è dell’UE. I capitali sono Europa
L’AI Act ha problemi reali. La frammentazione applicativa tra i 27 Stati moltiplica i costi di adeguamento normativo per le PMI. Le definizioni dei modelli generalisti presentano margini di ambiguità che rendono difficile la pianificazione. La forma stessa del regolamento (un atto unico per un campo che evolve ogni sei mesi) è sotto stress. Sono critiche tecniche legittime e una revisione del regolamento è necessaria.
Per capire dove sta il vero problema, però, vale un esperimento mentale: cosa cambierebbe se abrogassimo l’AI Act domani mattina? Sul piano normativo, i CEO europei smetterebbero di lamentarsi; alcuni responsabili della compliance cambierebbero mansione; la pianificazione delle PMI tech diventerebbe un po’ più lineare.
Sul piano degli ordini di grandezza, nulla.
La fotografia di oggi lo dimostra. Anche nell’UE e con l’AI Act, l’AI europea cresce. Mistral, la start-up francese di AI, l’unico campione di frontiera nato nel continente, è pienamente soggetta all’AI Act e ha chiuso a settembre 2025 un round di finanziamento da 1,7 miliardi di euro a una valutazione di 11,7 miliardi; oggi è in trattativa per un nuovo round di circa 3 miliardi a una valutazione di circa 20 miliardi. Anthropic apre quattro uffici nel territorio dell’UE (Dublino, Parigi, Monaco, Milano), oltre ai due fuori dall’UE (Londra e Zurigo). Meta ha a Parigi, dal 2015, uno dei suoi tre laboratori AI principali, FAIR, all’interno della giurisdizione dell’UE. La regolazione non sta bloccando la crescita all’interno dell’UE.
Ma è una crescita a chiaroscuri, troppo lenta rispetto agli ordini di grandezza richiesti. Per quali motivi? Mistral ha trovato i capitali per scalare aprendosi a fondi e gruppi americani (Nvidia, Andreessen Horowitz, General Catalyst) accanto ai partner europei (ASML, il monopolista olandese delle macchine per produrre chip, è l’investitore principale con 1,3 miliardi; Bpifrance, la banca pubblica di investimento francese, compare in tutti i round): senza il capitale statunitense il round non sarebbe esistito. I centri di ricerca europei delle big tech USA, dentro l’UE (FAIR di Meta a Parigi, presidi di Anthropic in Irlanda e in Italia) o fuori (DeepMind, il laboratorio AI di Google, e gli hub di OpenAI e Anthropic a Londra, Google Research a Zurigo), restano filiali di gruppi americani che, ovviamente, decidono di allocare risorse, talento e budget a casa propria.
Quel che manca al continente non è una regolazione più morbida, ma un ecosistema autonomo: fondi europei capaci di guidare finanziamenti da 10 o 20 miliardi, gruppi industriali e assicurativi del continente disposti a entrare in iniziative di frontiera come azionisti, infrastrutture di calcolo possedute e controllate in Europa. Abrogare l’AI Act non genererebbe nulla di tutto ciò.
Il discorso «colpa dell’UE» ha due motori. Il primo è interno al continente: la regolazione è un bersaglio comodo perché si può riformare in 12-24 mesi; è materia di Commissione e di Parlamento; è un terreno in cui i governi possono mostrare un risultato. La costruzione di profondità nei mercati di capitale, la riallocazione dei fondi pensione, il riorientamento di Cassa Depositi e Prestiti, KfW, Bpifrance verso il rischio richiedono quindici, vent’anni di politica industriale paziente e impopolare. È più facile attaccare Bruxelles davanti all’opinione pubblica che riformare le banche e i fondi pensione di casa.
Il secondo motore è esterno e va nominato. Gli Stati Uniti, sia l’amministrazione sia le grandi piattaforme, soffiano sul fuoco della narrativa «colpa UE» perché ogni regolamentazione europea che limita Apple, Google, Meta, OpenAI o Anthropic intacca un loro vantaggio competitivo. L’AI Act, il Digital Markets Act, il Digital Services Act e il GDPR vengono attaccati frontalmente da Washington come ostacoli all’innovazione americana. Quando un CEO o un editorialista europeo riprende quella narrativa, sta amplificando una pressione che non nasce dall’interesse del continente.
Cosa servirebbe
Distinguere i livelli serve a capire dove agire. A livello UE, le cose che andrebbero fatte sono note e, in larga parte, indicate nel rapporto Draghi: completare l’unione europea dei mercati dei capitali (sul serio, non in PowerPoint); riformare la direttiva sulle assicurazioni (Solvency II) per liberare l’allocazione del capitale di rischio dei grandi fondi pensione e assicurativi; ampliare il mandato della Banca Europea degli Investimenti e del suo Fondo (EIB-EIF) perché possano co-investire su scala più grande e con un appetito di rischio maggiore; costruire un veicolo europeo di co-investimento dedicato alle tecnologie strategiche. Sono interventi capaci di cambiare le regole del gioco.
A livello degli Stati europei, però, le decisioni più pesanti restano di competenza nazionale. I fondi pensione italiani, tedeschi e francesi possono cambiare l’allocazione già da domani. Non lo fanno perché i loro consigli di amministrazione non vogliono o non sanno farlo. Cassa Depositi e Prestiti può ripensare il proprio mandato e dotarsi di una vera linea di capitale paziente per tech avanzata; lo stesso vale per KfW e Bpifrance. Le grandi banche e le assicurazioni possono diventare azionisti di società tecnologiche di frontiera. I sistemi universitari possono cominciare a pagare i ricercatori a livelli competitivi rispetto alla Bay Area e a Londra: è una scelta di bilancio. Le politiche industriali nazionali possono selezionare le nicchie in cui l’Europa ha un vantaggio (ASML nei semiconduttori, modelli verticali B2B, AI industriale applicata) e concentrare risorse pubbliche e private attraverso strumenti di intervento mirati.
Smettere di trattare il ritardo come un problema “di Bruxelles” è la prima condizione per affrontarlo come un problema industriale italiano, tedesco, francese ed europeo. L’UE può aiutare e va riformata. Ma ad oggi non può sostituire le decisioni che i governi nazionali e le grandi istituzioni private del continente devono prendere.
A meno che non si decida finalmente di avere una vera federazione europea.
In conclusione
Il 12 giugno, il governo USA ha sospeso Fable e Mythos con una direttiva di controllo all’esportazione. La quotazione in borsa (IPO) che Anthropic ha depositato il 1º giugno avverrà negli Stati Uniti, non a Francoforte. Tra gli investitori della società figurano Google, Amazon, Microsoft, Fidelity, ICONIQ, Lightspeed; nei round più recenti, Altimeter, Dragoneer, Greenoaks, Sequoia, Capital Group, Coatue, GIC. Non Allianz, AXA, Generali, Intesa, Deutsche Bank, BNP Paribas. Allianz e AXA non sono istituzioni dell’Unione Europea: sono assicurazioni europee. Se non figurano nella tabella degli investitori di una società tecnologica valutata 965 miliardi di dollari nell'ultimo round privato (e attesa in IPO a una valutazione molto superiore), non è perché Bruxelles glielo impedisca. È perché il sistema finanziario europeo, costruito in trent’anni di scelte nazionali, predilige gli immobili, i bond sovrani e gli investimenti meno rischiosi. E quando una direttiva di Washington spegne un modello di AI in tutto il mondo, l’Europa scopre che la dipendenza che si è scelta è al tempo stesso tecnologica e politica.
La domanda da farsi non è «cosa ha fatto male Bruxelles». È «cosa hanno costruito Roma, Berlino, Parigi», e cosa hanno costruito le grandi istituzioni private del continente. Il dibattito sull’AI in Europa diventa serio quando si smette di confondere l’UE con l’Europa e si comincia a porre le domande giuste a chi detiene gran parte delle leve decisionali.
P.S. Al WWDC dell'8 giugno Apple ha annunciato che Siri AI non sarà disponibile in Europa su iOS 27, iPadOS 27 e watchOS 27: la disputa con la Commissione UE riguarda il Digital Markets Act, che chiede a Cupertino di rendere accessibili agli assistenti AI di terzi le stesse capacità di sistema concesse a Siri. Apple ha chiesto una deroga di 18 mesi; Bruxelles l’ha respinta. In queste settimane, molti commentatori hanno descritto la richiesta dell’UE come l’ennesima ingerenza regolatoria che ostacola l’innovazione. Alla luce del caso Fable, vale la pena rovesciare la domanda: è proprio sbagliato che l’UE chieda interoperabilità anche per altri motori di AI? Quando il governo USA può spegnere un modello in tre giorni, una clausola che impedisca a una sola società americana di diventare il punto di passaggio obbligato per l’AI nel continente non è più una rottura di scatole. Diventa una forma minima di autonomia. Magari l’unica che l’Europa può costruire al momento.
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Premetto che è solo una mia sensazione, non ho fatto ricerche in merito e forse i dati potrebbero smentirmi. Il nodo della questione pare essere legato alle scelte di investimento degli istituti bancari/assicurativi, io credo che queste scelte siano guidate da chi possiede capitali in Europa, ovvero i grandi investitori, quello che i soldi dentro le banche ce li mettono.
Se si investe sul mattone o sui titoli di stato non è per le politiche di investimento degli istituti, ma delle scelte di chi possiede i capitali. È un problema culturale, e questo tipo di problema non lo risolvono le strategie degli istituti.
Scommettiamo che se una delle banche o fondi di investimento citate adottasse una politica più "aggressiva" sul fronte tech vedrebbe gli investitori scappare?
Ho l'impressione che così come l'UE e le sue politiche siano il riflesso dell'Europa, anche l'Europa è il riflesso di chi la abita e fa investimenti.
Concordo con la tua articolata posizione. Tra le azioni necessarie a livello Europeo credo che si debba aggiungere la necessità di muoversi al più presto nella direzione di un CERN per l’AI, facendo seguito alla proposta lanciata da Giorgio Parisi.