Ian McEwan — Quello che possiamo sapere
Intuizioni brillanti, svolgimento che non riesce ad entusiasmarmi.
Il mio rapporto con Ian McEwan è particolare. Amo le sue idee e le sue intuizioni, la capacità quasi infallibile di intercettare temi e domande profonde sulla nostra società e sull’umanità. Eppure, faccio spesso fatica ad apprezzare appieno il modo in cui queste idee vengono sviluppate nei suoi romanzi. Negli ultimi anni, mi è successo con Lezioni e Macchine come me. Lo stesso mi è successo con il recente Quello che possiamo sapere.
Il libro è ambientato nel 2119, in un mondo devastato da un Grande Disastro climatico. Uno studioso di letteratura, Thomas Metcalfe, insegue le tracce di un poema perduto, scritto un secolo prima per la moglie da un poeta famoso — e finisce per scavare nell'intreccio di amore, segreti e colpe sepolte che circondava quella cerchia di artisti e le loro famiglie.
L’idea di fondo è affascinante: guardare al presente dal futuro, ripensare il “tempo che fu” con lo sguardo di chi viene dopo, vedendo le differenze tra chi osserva gli eventi da lontano e chi li vive direttamente. Per certi versi mi ha ricordato uno dei film di Woody Allen che amo di più, Midnight in Paris, con quella tensione tra nostalgia e disincanto. Il problema, per me, sta nello svolgimento. Molte pagine danno l’impressione di non andare davvero da nessuna parte: non approfondiscono il tema che regge il romanzo né fanno avanzare in modo significativo la storia, finendo per disperdersi nei dettagli delle vicende personali dei protagonisti.
Alla fine, sì, Quello che possiamo sapere mi è piaciuto. Ma mi rimane addosso la sensazione di un’occasione solo in parte sfruttata: un’idea potente, capace di aprire prospettive e sollecitare domande importanti, che non riesce a sprigionare appieno il proprio potenziale narrativo.
© 2026 Alfonso Fuggetta & Sonia Montegiove Salvo diversa indicazione, tutti i contenuti di questa pubblicazione sono protetti da copyright e rilasciati con licenza CC BY-NC-ND 4.0: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it




Leggendoti mi è tornata in mente una sensazione che riconosco facilmente.
Quando hai davanti un libro piacevole, scritto anche bene, ma che non ti appaga fino in fondo, perché senti che manca qualcosa.
Non mi spingo a dire che manchi l’anima, ma forse una certa autenticità.
Come se il libro non fosse del tutto fine a sé stesso, come se fosse già, in qualche modo, una sceneggiatura in attesa di altro.
È una sensazione particolare, difficile da spiegare, ma che, per quello che vedo, si avverte soprattutto quando si ha una certa abitudine alla lettura, un orecchio allenato a un certo tipo di scrittura.
Ne avevo scritto tempo fa, sul mio Substack.