“Fate presto”. Ma cosa?
Basta annunci, basta apocalissi, basta commissioni. Da dove cominciare sul serio: scuola, imprese e normazione che guardino al futuro e non al passato.
L’intelligenza artificiale è diventata un tema da cavalcare. Ogni giorno un annuncio, un proclama, una paura, una promessa: c’è chi la presenta come la fine del lavoro e chi come la salvezza dell’umanità, chi convoca l’ennesimo tavolo e chi vorrebbe varare l’ennesima “strategia nazionale”. Tutti dicono “fate presto”, rievocando una prima pagina del Sole 24 Ore di quindici anni fa (era il 10 novembre del 2011).
Ma quando poi si chiede concretamente cosa dovremmo fare, le risposte si muovono tra il banale e il tristemente noto:
“Politiche industriali per l’AI”, che di solito si traducono in spesa pubblica a pioggia per le imprese e le università.
“Un piano strategico”, cioè l’ennesima commissione, quasi sempre costituita in base alle vicinanze politiche del ministro di turno, che produrrà il solito insieme di chiacchiere e di frasi di circostanza.
“Un CERN per l’AI”, cioè l’ennesima scatola che alla fine produrrà poco o niente se non cariche di presidente o di consigliere di amministrazione. Ovviamente, una volta costituito, avrà continuamente bisogno di risorse pubbliche per stare in piedi (PNRR docet) secondo uno dei massimi principi nazionali: tutto si crea e nulla si distrugge (nemmeno quando si distrugge da solo per incapacità e insipienza).
“Bonus per l’acquisto di servizi”, AI come i tablet e tante altre spese del passato. Sappiamo bene a cosa sono serviti: zero o quasi.
Aggiungete voi…
Tutto questo parlare (e sperperare) non costruisce nulla di strutturale e occupa attenzione e tempo invece di fare poche scelte capaci di fare la differenza, peraltro già discusse innumerevoli volte. L’Italia non ha un problema di risorse: ha un problema di priorità e di razionalità. Per l’AI vale lo stesso. Ciò che manca è la disciplina per scegliere poche cose utili e fattibili e portarle fino in fondo.
In questo articolo non discuto di iniziative a livello europeo e di ricerca, due questioni intrecciate che meritano un discorso a parte. Resto sul piano operativo italiano, su alcune misure su cui agire subito.
1. Basta commissioni, basta vetrine
Comincio dalla più semplice, quella che ci riesce peggio: smettere di rispondere a ogni sfida con la retorica.
Davanti a una sfida, l’Italia ha un riflesso quasi automatico: istituire una commissione. Un comitato di esperti, un tavolo di lavoro, una strategia nazionale. L’AI non fa eccezione: negli ultimi due anni abbiamo prodotto piani, linee guida, documenti di indirizzo. Quasi tutti finiscono nello stesso posto: un file ben impaginato che nessuno trasforma in azione. Convocare un tavolo dà l’impressione di aver affrontato il problema, senza pagare il costo politico di dover scegliere e allocare risorse reali.
È più facile nominare venti esperti che chiudere un programma o un finanziamento che non funziona o spostare risorse da un capitolo di spesa a un altro, essendone realmente responsabili.
Alla sindrome della commissione si accompagna una dinamica speculare: l’evento. Il convegno, il keynote, il premio, il post che annuncia o evoca l’ennesima iniziativa. L’AI è diventata l’occasione perfetta per avere visibilità: per un’azienda che vuole apparire innovativa, per un’istituzione che vuole mostrarsi sul pezzo, per una persona che si costruisce una reputazione da esperto. Raccontare di fare qualcosa ha preso il posto di farla e costa molto meno.
Non ci servono altre commissioni né altre vetrine sull’AI. Servono poche priorità chiare, precise responsabilità, una scadenza e un budget. Il resto è rumore che non possiamo più permetterci.
2. La scuola: dentro i programmi, non di fianco
La scuola è il primo luogo in cui l’Italia dovrebbe agire, ed è quello in cui agisce da sempre peggio. Da vent’anni introduciamo il digitale a scuola nel modo sbagliato: come qualcosa che si aggiunge a ciò che già si fa. La lavagna interattiva in fondo all’aula, l’ora di coding, il laboratorio di informatica, il progetto PNRR sulle competenze digitali. Tutte iniziative che stanno di fianco alla didattica, mai dentro.
L’AI rende questo errore ancora più costoso. Uno studente che esce oggi dalla scuola incontrerà strumenti che scrivono, calcolano, traducono, programmano. Sapere quando fidarsi e quando no, come verificare un risultato, capire dove la macchina sbaglia, è un modo di pensare che attraversa l’italiano, la matematica, la storia, le materie tecniche e, come tale, va insegnato e vissuto all’interno delle singole discipline, non in un’ora separata che il resto dell’orario ignora.
Nessuna riforma dei programmi regge, però, se prima non si mettono i docenti nelle condizioni di operare. È il punto che si salta sempre, perché è il più scomodo e il più lento. Non basta un corso di aggiornamento una tantum, di quelli che si esauriscono in un pomeriggio e in un attestato. Serve formazione continua, seria, con tempo dedicato e riconosciuto nell’orario di lavoro, non scaricata sulla buona volontà del singolo insegnante. Servono metodi di insegnamento organici che integrino l'AI e il digitale in tutti i percorsi didattici. Servono poi le infrastrutture e i servizi, connettività che funziona, strumenti adeguati, assistenza tecnica vera. Sono la condizione abilitante: senza di essa, i due punti precedenti restano slogan. Una scuola in cui la rete cade a metà mattina o in cui l’unico tecnico arriva una volta al mese non può integrare l’AI nella didattica, per quanto bravi siano i suoi insegnanti.
Costruire questa base è meno appariscente di un annuncio, ma è ciò che separa una riforma reale da un proclama.
C’è, infine, la condizione che tiene insieme tutte le altre: valutare, mettere in concorrenza, responsabilizzare. Una scuola che non viene mai valutata sul serio non ha motivo di migliorare. Senza formazione dei docenti, infrastrutture e valutazione, si distribuiscono risorse a pioggia e si creano eccellenze isolate accanto a sacche di immobilismo, perché manca il meccanismo che premia chi fa bene e chiede conto a chi resta indietro.
La valutazione serve a riconoscere ciò che funziona e a diffonderlo, non a punire: è la differenza tra una scuola che impara e una che aspetta la prossima circolare.
3. Le imprese: programmi che producono risultati
Anche per le imprese gli strumenti non mancano. Quello che manca è la capacità di usarli per cambiare davvero il modo di lavorare, e qui l’ostacolo italiano è vecchio e documentato.
Pellegrino e Zingales, in un lavoro che continuo a citare perché resta poco ascoltato, hanno mostrato che la produttività italiana si è fermata a metà degli anni Novanta, proprio quando le imprese non sono riuscite a integrare la rivoluzione informatica. La causa, scrivono, non è tecnologica ma manageriale: troppe imprese scelgono i dirigenti per fedeltà e per relazioni familiari, non per competenza. Un’azienda guidata così non sa cosa farsene dell’AI. A sua volta, l’immobilismo manageriale spesso è dovuto alla mancanza di concorrenza, che porta molti imprenditori a non avere alcuno stimolo a cambiare.
A questo si aggiunge il nanismo. Gran parte delle imprese italiane è troppo piccola per investire in competenze, attrarre persone capaci, affrontare un cambiamento organizzativo serio. Non è un difetto di cultura imprenditoriale, ma il risultato di incentivi e scelte legislative che, con l’illusione di “aiutare le PMI”, da decenni premiano chi resta piccolo. Finché conviene non crescere, quali incentivi ha un’impresa a investire in innovazione e competenze?
Gli strumenti pubblici di sostegno contano, a patto che siano fatti bene. Servono strumenti agili, che eroghino risorse sostanziali e non simboliche in tempi rapidi e con regole chiare, al posto dei bandi farraginosi che scoraggiano proprio le piccole imprese che avrebbero più bisogno di aiuto. Uno strumento di sostegno che arriva tardi e richiede più tempo del dovuto è un altro modo di non scegliere. Il credito d’imposta è il più efficace, perché incide direttamente sul conto economico dell’impresa. Ma funziona solo se è strutturale e stabile, se non cambia forma e non appare e scompare a ogni legge di bilancio; se si applica a una base ampia di progetti, non a perimetri ristretti e parcellizzati; se premia le imprese che si aprono a competenze esterne, università e startup, invece di chiudersi a giustificare "spese interne" non meglio specificate. Ed è inutile dire “ci sono le truffe”: strumenti come la fatturazione elettronica e la verifica digitale dei pagamenti consentono di controllare in modo pressoché automatico come sono stati spesi i soldi.
4. Le regole: spingere il futuro, non difendere il passato
C’è un altro terreno, meno appariscente degli altri, ma che li attraversa tutti: le regole. In Italia la norma nasce troppo spesso con una funzione conservativa. Protegge una categoria, mette al riparo una posizione acquisita, alza una barriera per chi vorrebbe entrare in un mercato. Anche quando non lo dichiara, lavora per difendere chi c’è già contro chi vorrebbe arrivare.
Per l’innovazione è il freno più potente di tutti. Un’impresa innova quando ha di fronte un concorrente che la incalza e un mercato da conquistare. Se le regole proteggono le rendite e rendono conveniente restare fermi, l’innovazione non ha ragione di accadere, qualunque incentivo si metta sul piatto. È il punto che ho richiamato a proposito delle imprese: senza concorrenza manca lo stimolo a cambiare. E le regole sono uno dei principali strumenti con cui la concorrenza si crea o si soffoca.
Una buona norma per l’innovazione fa l’opposto del riflesso corporativo: abbassa le barriere all’ingresso, premia chi adotta nuove tecnologie e nuovi modelli, impone trasparenza, mette in condizione di competere chi prima ne era escluso.
Che funzioni non è una teoria. I pagamenti digitali lo mostrano. Per anni l'Italia è stata un Paese del contante, con tutto ciò che il contante comporta in termini di opacità ed evasione fiscale. Nel 2024, per la prima volta, i pagamenti digitali hanno superato il contante per valore: 481 miliardi di euro, pari al 43% dei consumi, contro il 41% del contante (Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano). Il sorpasso segue un trend europeo, ma in Italia è stato accompagnato da una sequenza di regole che ha spinto nella stessa direzione: obbligo di accettare i pagamenti elettronici, fatturazione elettronica, tracciabilità delle transazioni. E dove l'effetto delle norme è isolabile, è netto: la sola fatturazione elettronica, insieme allo split payment, ha contribuito a dimezzare in pochi anni il divario IVA.
Per l’AI vale la stessa logica. Non servono regole che cristallizzino gli assetti di oggi o che costruiscano nuove rendite attorno a chi è già dentro. Servono regole che abbassino le barriere per chi vuole usare queste tecnologie, premino chi le adotta sul serio, impongano trasparenza, aprano dati e mercati alla concorrenza.
Davanti a ogni nuova norma, la domanda utile è una sola: sta spingendo il futuro o difendendo il passato?
Le scelte si fanno o non si fanno
Nessuna di queste cose richiede una tecnologia che non abbiamo o risorse straordinarie da reperire chissà dove. La formazione dei docenti, l’AI nei programmi, le infrastrutture per la scuola, un credito d’imposta stabile e strumenti di sostegno agili per le imprese, regole che aprono il mercato alla concorrenza invece di proteggere le rendite: sono scelte di priorità e di esecuzione. Costano meno di un anno di Superbonus e valgono incomparabilmente di più.
Per questo il vero ostacolo non è l’arretratezza, ma l’abitudine a sostituire l’azione con il suo racconto. Finché l’AI resterà un tema da cavalcare, fatto di convegni, annunci e commissioni, continueremo a sembrare attivi mentre restiamo fermi o diamo spazio ai retori e alla retorica di turno. Il giorno in cui decideremo di fare poche cose e portarle fino in fondo, scopriremo che non eravamo in ritardo: eravamo soltanto distratti.
Le scelte, come sempre, si fanno o non si fanno.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Riprende e sviluppa riflessioni già pubblicate su questo Substack e su Medium e l’analisi di un articolo per Harvard Business Review Italia, “Un modello a rete per la ricerca e l’innovazione in Italia”. Il riferimento a Pellegrino e Zingales è a “Diagnosing the Italian Disease”, NBER Working Paper n. 23964.
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