Fatalismo o realismo?
Vivo ogni giorno l’ansia di voler cambiare le cose e la frustrazione nel vedere che troppo spesso non ne sono capace.

Non spendo più molto tempo sui social, specialmente su X. In passato, avevo fatto diversi tentativi di mollare X, ricadendo quasi subito nell’ansia della presenza, del bisogno di dire la mia su quel che vedevo e che, spesso, mi indignava e sconvolgeva. Al tempo stesso, ogni giorno diventava sempre più pesante l’interazione con le schiere di persone che ti assaltano per qualunque motivo, per pura voglia di contrapposizione. Passavo un sacco di tempo a controbattere ogni post, ogni commento, spesso senza rendermi conto che dall’altra parte non c’era alcun vero desiderio di confronto, ma solo di contrapposizione e spesso di dileggio.
Così quello che non è riuscito alla volontà l’ha ottenuto lo sfinimento. Non ce la facevo più. Ho visto che un po’ alla volta non avevo più l’energia per rispondere e così quasi senza accorgermene ho praticamente smesso di scrivere su X. Complice è stato anche il fatto che ho trovato in Substack un luogo dove, almeno per ora, è possibile scrivere, ragionare, pensare.
Questo distacco in realtà mi fa pensare ad un tema più generale: non sono in grado di cambiare le cose o meglio, non riesco a realizzare tutto quello che avrei l’ambizione e il desiderio di fare. Mi ritrovo a pensare che sia inutile insistere a fare cose che non ottengono l’esito sperato.
Mi chiedo: é fatalismo o realismo? È una rinuncia ai propri ideali e alle proprie ambizioni, una resa, o un segno di maturità e di consapevolezza che il mondo è più complicato di come uno spesso se lo dipinge? È la presa d’atto che non sono onnipotente o, più banalmente, capace di fare ciò che vorrei?
Ovviamente, i grandi della Storia sono riusciti a cambiare le cose. Ma non tutti siamo grandi della Storia. O forse, pochi si sono trovati in quel momento magico, quell’effetto “effetto sliding doors” che cambia il corso degli eventi.
Un saggio giornalista un giorno mi disse una frase che spesso ritorna nei miei pensieri: “Alfonso, non puoi cambiare il mondo.” È vero o è solo il segno della resa? Non so, sinceramente non lo so più.
Forse quel che serve è il senso della gratuità: fare quel che si è in grado di fare, senza avere ambizioni, solo per la soddisfazione morale di aver fatto del proprio meglio, per essere in pace con la propria coscienza.
Non so se mi basta. Temo di no. Ma almeno è una via praticabile, per evitare le frustrazioni quotidiane nel vedere che il mondo va in direzioni diverse da quello che il nostro cuore, prima ancora che il nostro cervello, desiderebbe.



Buongiorno Professore, la leggevo sempre con piacere su Twitter/X (piattaforma che ho serenamente messo “in naftalina”, fatta eccezione per qualche incursione occasionale per leggere i post di pochi, selezionati, “meritevoli” che ancora leggo).
Con ancora maggiore piacere la seguirò su Substack che, come giustamente osserva, non è (ancora) preda del caos e della rozzezza che ormai caratterizza altri social.
Forse perché chi scrive qui lo fa per condividere riflessioni autentiche e ben ragionate, che non solo richiedono tempo per essere scritte ma, soprattutto, domandano tempo, attenzione e un minimo di cognizione per essere lette e comprese!
Un esercizio che, purtroppo, in molti rifiutano anche solo di tentare.
Direi a caldo, che è una resa. Ma a caldo i pensieri sia nel male che nel bene, hanno sempre lo stesso difetto sono superficiali, non sbagliati o giusti, solo che necessitano di approfondimento, ciò che raramente trovi sulla ignorante velocità dei social.
Io ho fatto volontariato, politica militante locale, associazionismo, e devo dire che i social però mi hanno insegnato tante cose che nel locale non avrei mai potuto conoscere. Cosa voglio dire, scrivere sui social, e lo faccio anch'io commentando qua e la, sembra a volte inutile ma a volte un piccolo commento di un perfetto sconosciuto può darti modo per fare una riflessione, per ribattere con le mie modeste conoscenze, serve a poco? chissà, certo che la piazza, una sala gremita da molto di più, ma questa è la vita attuale, e importante sono i valori espressi, si semina..., sperando in un raccolto di condivisione nella vita reale, a contatto con il prossimo, che fortunatamente non è ancora totalmente virtuale.
Grazie per lo spunto di riflessione.