Come spendiamo i soldi?
Cinque proposte di nuove tasse o prelievi in sei mesi. Ma i proponenti (e non solo) non si chiedono come siano stati usati i tanti soldi spesi in questi anni.
La pressione fiscale italiana del 2025, secondo l’Istat, è pari al 43,1 per cento del PIL. È il valore più alto dal 2014. I dati OCSE Revenue Statistics 2025 la collocano sostanzialmente in linea con i paesi scandinavi: nel 2023 Danimarca 43,4 per cento, Finlandia 42,4 per cento, Norvegia e Svezia 41,4 per cento. A parità di prelievo, però, la qualità dei servizi pubblici percepita dai cittadini italiani è inferiore: scuole, sanità, asili nido, welfare familiare, trasporto pubblico. Il problema fiscale italiano non riguarda il versante delle entrate: è nell’uso che se ne fa.
Eppure, il dibattito di queste settimane ruota tutto attorno a un solo tema: aumentare la spesa pubblica attraverso una nuova imposta sui patrimoni e prelievi sui fantomatici extraprofitti delle imprese.
Le proposte sul tavolo
Tra il novembre 2025 e i primi giorni del giugno 2026 si sono accumulate tre proposte di patrimoniale e due di tassazione degli extraprofitti. La CGIL ha chiesto un contributo di solidarietà dell’1,5 per cento sui patrimoni superiori a due milioni di euro. Giuseppe Conte ha rilanciato la tassazione degli “extraprofitti” di banche, assicurazioni, energia e dei giganti del web. Alleanza Verdi e Sinistra ha proposto una patrimoniale dell’1,3 per cento sui patrimoni superiori a due milioni, in linea con la CGIL. Il comitato “1% equo” ha depositato in Cassazione una legge popolare che, secondo le stime, potrebbe generare fino a 60 miliardi annui da destinare alla sanità, all’istruzione e alla riduzione dell’Irpef. Sul fronte opposto, l’8 novembre 2025 Giorgia Meloni ha ribadito su X che “con la destra al governo” misure del genere “non vedranno mai la luce”. Lo stesso governo, però, ha riaperto il dossier in una versione settoriale: il 5 giugno 2026 il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto alle banche un “contributo straordinario alla crescita economica del Paese”, citando i 20 miliardi di utili previsti nel 2026 da Unicredit e Intesa Sanpaolo.
Né le proposte né la loro negazione si misurano con il tema della qualità della spesa. Su lavoce.info, Bisin e Cremonini hanno analizzato di recente gli effetti di una patrimoniale sul PIL, sulla crescita e sulle reazioni dei contribuenti. Quel piano di analisi rimane essenziale. Ma è ortogonale a tre domande che dovrebbero precedere qualunque proposta di nuovo prelievo: per cosa servono i soldi, come sono stati spesi quelli già incassati, e come verrà gestita a regime la nuova spesa.
Per cosa servono, esattamente
I 60 miliardi del comitato “1% equo” andrebbero a “sanità, istruzione, Irpef”. Tre parole importanti, ma prive di contenuto operativo. La sanità italiana ha bisogno di 60 miliardi in più per fare che cosa? Per accorciare le liste d’attesa, assumere medici, ricostruire la medicina territoriale e aumentare gli stipendi del personale? Ognuna di queste destinazioni richiede numeri, riforme e tempi diversi. “Più sanità” è uno slogan, non una politica. Il fatto che la proposta non specifichi il progetto sottostante non è un dettaglio: senza progetto, l’imposta andrebbe a finanziare una spesa indistinta. L’allocazione si gioca in sede di legge di bilancio annuale, con il solito rituale di pressioni settoriali.
Come sono stati spesi quelli già incassati
La seconda domanda riguarda il pregresso e le risposte mancano per una ragione precisa: mettono in luce gli errori e gli sprechi del passato. La Corte dei Conti e l’Ufficio parlamentare di bilancio segnalano da tempo la stessa carenza: lo Stato spende ma non valuta. Misure approvate senza analisi di impatto, programmi rifinanziati per inerzia, bonus che si sovrappongono, capitoli che si gonfiano e non si chiudono mai. Quando una misura non funziona, nessuna pratica istituzionale prevede di interromperla.
Tre esempi sono particolarmente emblematici.
Il Superbonus è il caso più clamoroso. Nella relazione tecnica del Decreto Rilancio del 2020 la Ragioneria generale dello Stato aveva stimato un impatto fiscale di 35 miliardi fino al 2035. Al 30 aprile 2026, l’ultimo dato di Enea parla di 131,97 miliardi sulla sola misura “stretta”; aggiungendo il Supersismabonus e i bonus collegati, la stima ricostruita dal Corriere della Sera porta il totale tra i 170 e i 174 miliardi. A fronte di questo esborso, sono stati efficientati 505.421 edifici su un patrimonio nazionale di circa dodici milioni: meno del cinque per cento del costruito. Considerando solo il Superbonus stretto, sono oltre 260.000 euro versati in media dallo Stato per ciascun edificio efficientato; aggiungendo Supersismabonus e bonus collegati il rapporto sale a oltre 330.000 euro per edificio. A questo si sommano circa quindici miliardi di frodi intercettate. Nei conti del 2026 e del 2027 la misura continua a pesare per 60 miliardi tra compensazioni e crediti d’imposta. La Corte dei Conti, nella requisitoria del Procuratore Generale sul rendiconto generale dello Stato 2023, ha definito le ricadute “assai negative” e di “dimensione macroscopica”. Nessuno ha mai valutato se, con 170 miliardi, sarebbe stato possibile fare cose diverse: un piano di riqualificazione e potenziamento dell’edilizia popolare e delle aree fragili, investimenti per il risanamento ambientale, interventi sistematici di riqualificazione dell’edilizia scolastica, potenziamento infrastrutturale e tecnologico degli ospedali.
Il PNRR racconta un problema diverso ma collegato: la spesa gestita male e il vuoto sul “dopo”. Nella relazione semestrale del 29 maggio 2026 la Corte dei Conti certifica un avanzamento del 72 per cento — riforme all’85 per cento, investimenti al 67, milestone all’87, target al 56 — e segnala uno slittamento di 24,2 miliardi oltre il 2026 su 66 misure. Ma il punto critico è un altro. Se consideriamo uno dei capitoli più importanti, una quota rilevante dei circa 14 miliardi della Missione 4 (istruzione e ricerca) dedicati a ricerca, innovazione, dottorati e formazione avanzata è stata impiegata per amplificare a tempo determinato le spese ordinarie — borse di dottorato, contratti di ricerca a termine, strutture di governance prive di ricercatori propri — invece di acquistare beni che la spesa ordinaria non potrebbe permettersi (infrastrutture di ricerca, laboratori, impianti pilota). Trentacinquemila contratti precari sono in scadenza; i cinque Centri Nazionali, già dalla fine del 2025, sono alla ricerca di una propria strategia di uscita, chiedendo contributi annuali agli atenei per continuare a operare una volta esaurite le risorse del PNRR. Si è trattato di un incremento una tantum delle spese ordinarie: l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare un piano straordinario. Finiti i fondi, l’ordinario torna a essere quello che era, con in più una bolla di persone, strutture e attese che il sistema non sa assorbire.
Il POS-RT è la prova del nove rovesciata: un provvedimento che produce effetti sistemici permanenti. La Legge di Bilancio 2025 ha introdotto l’obbligo di collegamento tra i dispositivi di pagamento elettronico e i registratori telematici. Costo per lo Stato: zero. Nei primi quattro mesi e mezzo del 2026 il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, ha annunciato 115 milioni di scontrini in più, 5,3 miliardi di base imponibile aggiuntiva, circa un miliardo di IVA recuperata. La relazione tecnica del MEF aveva stimato un recupero di 50 milioni: la realtà è 20 volte superiore. Su base annua, il solo recupero IVA generato da questo strumento amministrativo vale già più del contributo volontario delle banche sulle riserve 2023 inserito nella manovra 2026 (1,8 miliardi). L’evasione non è un destino e gli strumenti giuridici, amministrativi e tecnologici per ridurla erano e sono disponibili da tempo.
Come si gestisce a regime quella spesa
La terza domanda è la meno attraente delle tre e, per questo, viene sempre ignorata. Una patrimoniale può produrre un gettito una tantum — 60 miliardi e poi più nulla — oppure essere un prelievo annuale permanente, da rifinanziare e difendere a ogni manovra. Sono due politiche diverse e devono servire per operazioni diverse: spese straordinarie o incremento della spesa ordinaria. Nessuno, in queste settimane, ha chiarito quale delle due ipotesi sia sul tavolo. Eppure è una distinzione decisiva: se 60 miliardi di patrimoniale finissero come i 14 della Missione 4 — straordinari che alimentano l’ordinario, una tantum che gonfiano la spesa corrente — il paese perderebbe due volte: soldi spesi in modo inefficace e persone e strutture che resterebbero appiedate quando il rubinetto delle risorse straordinarie si chiuderà.
Aprire il libro mastro
Il problema italiano, lo ricordava già Carlo Cottarelli anni fa, non è la dimensione aggregata della spesa pubblica — pari al 51,2 per cento del PIL — ma la qualità con cui si spende nei singoli capitoli. Nel 2014, con il Decreto Legge 66, una spending review intelligente — orientata a colpire le amministrazioni meno efficienti, soprattutto i ministeri che compravano fuori dai canali Consip e pagavano più caro — tagliò 2,1 miliardi di spesa per beni e servizi. Era un primo passo. Dopo Cottarelli, nessun governo ha più voluto fare quel mestiere: scomodo, tecnico, senza ritorno elettorale. Si sono preferite le formule magiche, i bonus a pioggia, le promesse di rimborso, le tasse straordinarie. Sarebbe il momento di tornare al tema centrale: valutare, qualificare e gestire al meglio una spesa pubblica che assorbe un’enorme quantità di risorse del Paese.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
© 2026 Alfonso Fuggetta & Sonia Montegiove. Salvo diversa indicazione, tutti i contenuti di questa pubblicazione sono protetti da copyright e rilasciati con licenza CC BY-NC-ND 4.0: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it




La prima considerazione. Chi ha il compito istituzionale di fare i conti, li sbaglia sistematicamente. Quelli che azzecca sono quelli calcolati ex-post, ma anche li ci sarebbe da dire.
Seconda considerazione. Credo che il problema sia la poca serietà (nessuno si vergona), la confort zone (se sbagli non vai casa), la stupidità (lei sull'argomento ha già scritto).
Un mix che non ammette vie di uscite, questa realtà c'è la dobbiamo tenere, è granitica, non ha brecce. Forse l'AI più avanti potrà dire che il re è nudo.
Terza considerazione. Ci vorrebbe un MYTHOS per mettere in luce le falle dei sistemi e svelare il sottobosco di intrighi, clientele e interessi tossici. E sia chiaro non mi riferisco solo all'ambito pubblico.
Mi chiedo perché nessuno ha pensato ancora a un servizio online basato su una qualsiasi AI per valutare le scelte politiche sia prima che dopo (gap analysis) e la pubblicazione di un report periodico. Ma anche se qualcuno si prendesse la briga di farlo, quanti cittadini elettori lo leggerebbe e voterebbe di conseguenza? Pochi.
Il report passerebbe per i telegiornali? Non credo, preferiscono dedicare spazio all'ultimo cantante di turno che raccontare ad esempio, con la enfasi dovuta, un fenomeno incredibile dimostrato nel 2022 come l'entanglement, di cui continuo ogni giorno da allora ad essere letteralmente stupefatto.
Grazie Prof. a presto.
Una precisazione per evitare polemiche inutili. Sono per un sistema fiscale progressivo e per correggere le distorsioni di quello attuale.