Bellissimo articolo, complimenti. Solo una nota: apprezzatissima l’autocritica ma mi permetto umilmente ed educatamente di aggiungere che nelle aziende in molti (molti di più di quel che si crede) avevano già espresso dubbi e critiche analoghe a quelle da lei riportate oggi. Solo che…tali voci critiche interne sono state “soppresse” in nome di una cultura del cambiamento scambiata per innovazione. Gli studiosi e ricercatori poi…leggono, interpretano e sintetizzano dati che inevitabilmente, per loro natura, si formano molto dopo rispetto all’evoluzione dei fenomeni. Grazie ancora.
Il punto, secondo me, è che molto del valore della presenza nasce da ciò che non è programmabile: la telefonata difficile che un collega ascolta per caso, il caso critico che diventa “formazione”, il gossip da macchinetta che rivela prospettive inattese. Sono eventi che non si possono concentrare nei “giorni giusti”: accadono perché le persone condividono stabilmente uno spazio e un tempo.
Per questo mi chiedo se non si debba ripensare lo smart working come tempo collettivo, anziché come scelta individuale. Ad esempio: lunedì e giovedì da remoto, negli altri giorni tutti in ufficio. Non perché esistano giorni migliori di altri, ma perché il valore della presenza nasce soprattutto dalla sincronizzazione. Un ufficio in cui ciascuno sceglie quando esserci rischia di perdere proprio quella rete di relazioni spontanee che cerca di preservare.
Chiaro una scelta del genere abbia un costo. Le aziende dovrebbero tornare a garantire spazi sufficienti per tutti e rinunciare a parte dei risparmi immobiliari ottenuti negli ultimi anni.
Ma è qui che, a mio avviso, emerge il nodo più interessante. Il capitale sociale prodotto dall’ufficio non genera benefici solo per l’impresa: produce relazioni, fiducia, apprendimento informale e integrazione. Una parte di questo valore ritorna all’organizzazione, ma un’altra parte va a beneficio dell’intera collettività.
In sostanza, va chiesto alle imprese di sostenere un costo privato per produrre anche un beneficio pubblico. È difficile aspettarsi che lo facciano spontaneamente, soprattutto quando i risparmi sono immediati e misurabili, mentre il valore delle relazioni è diffuso, di lungo periodo e quasi impossibile da quantificare.
E il tema che per me manca nel dibattito è questo: Se l’ufficio è davvero un’infrastruttura sociale, la sua organizzazione non riguarda soltanto le aziende o i lavoratori, ma anche la qualità del capitale sociale di una comunità.
Premessa: io dalla rivoluzione Covid ci ho guadagnato tutto quello che potevo guadagnare.
Sono riuscito a re-inventarmi freelance software engineer full remote da middle manager assicurativo che ero. Questo mi ha dato tempo di seguire tutte le pratiche per l’adozione di nostro figlio con la tranquillità di non dover chiedere a nessuno il tempo per gli incontri con i servizi sociali e, una volta arrivato, poter vederlo crescere giorno dopo giorno.
Quindi la scelta lavorativa è stata totalmente funzionale a quella di vita. Ora però che mio figlio va all’asilo inizio a ragionare sul “tornare in società”, perchè quelle relazioni forzate, anzi forzatissime, da macchinetta del caffè comunque sono qualcosa se si paragonano alla difficoltà che un maschio, sposato, con figlio piccolo 40enne ha nel fare amicizia.
La cosa che mi fa sentire bene è che il centro sono io: sulla base del mio momento di vita scelgo il tipo di work engagement.
Ecco, quello che chiedo alle aziende è che utilizzino un approccio più personalizzato: non policies generali che valgono per tutti, ma HR deve ascoltare, capire le esigenze e offrire il meglio per aiutare il dipendente nella sua work-life balance. Perché un dipendente contento è un dipendente produttivo.
Le assicuro che i giovani, o chi vive solo, farebbe in questo modo scelte diverse da quelle che farei io
Ho trovato molto interessante l'idea dell'ufficio come "infrastruttura sociale". Mi chiedo però se il punto non sia ancora più profondo. Forse il problema non è solo che il remote work ha indebolito quella funzione, ma che negli ultimi decenni abbiamo finito per delegare quasi esclusivamente al lavoro la costruzione delle relazioni sociali. Quartieri, associazioni, spazi pubblici e tempo libero hanno perso centralità, e così l'ufficio è diventato l'ultimo luogo dove le persone si incontrano spontaneamente. Inoltre credo che il tema sia profondamente generazionale: un professionista senior può lavorare da remoto senza grandi conseguenze, mentre per chi entra oggi nel mondo del lavoro l'apprendimento informale e la costruzione di una rete di relazioni sono parte integrante della formazione. Forse la vera sfida non è scegliere tra ufficio e remoto, ma ripensare il lavoro tenendo insieme produttività, qualità della vita e capitale sociale.
Non ha per nulla valenza anche in Italia ma nemmeno fuori dagli states ed anche lì tra big state e flyover c'è un abisso e parlo da 12 anni full remote con colleghi da 11 paesi diversi attualmente. Il lavoro è parte del tessuto sociale e culturale e lo modella ma ne è anche modellato di conseguenza. Tra il mio collega di HK alienato a quello texano che lavora da dentro il suo laboratorio di liuteria c'è una distanza siderale.
Penso - da sempre - che se i tuoi amici sono tuoi colleghi di ufficio, è un bel fallimento.
L'ufficio è un magazzino, ce li hai li, non li scegli, ti leghi a qualcuno "per allineamento", ma alla fine, per esperienza diretta e indiretta, lasciato quel lavoro, finisce spesso anche l'amicizia.
Prima di ripensare lo smart working bisognerebbe ripensare la qualità del lavoro.
Bisognerebbe ripensare i suoi manager, gli obbiettivi, il senso.
Per antonomasia il lavoro "è qualcosa che fai" e che al termine, si dovrebbe spengere da solo.
Al termine del lavoro dovrebbe esserci la vita, le relazioni importanti, lo spazio per crescere. E invece estendiamo sempre di più il tempo del lavoro al punto tale da scrivere saggi sull'importanza di essere in relazione al lavoro.
"Spendiamo sul posto di lavoro la maggior parte del tempo'.
Questo non dovrebbe essere l'incipit per dimostrare che è importante che quel tempo risulti efficace, dovrebbe essere l'incipit per allarmarci.
Quelli bravi, i Paesi che funzionano, dopo 8 ore ti guardano male. Non ti valutano sulla qualità delle relazioni. Ti valutano sull'efficacia dei risultati.
Concordo che chi ha un lavoro di relazione (come i consulenti) debba stare in relazione. E fare quel lavoro, non dimentichiamolo, è una scelta.
Ma tutti quelli che si occupano di amministrazione, acquisti, disegno tecnico, sviluppo prodotto e... che differenza sostanziale potranno mai fare fra stare seduti davanti a un computer in ufficio o farlo da casa?
Interessante, ma ho qualche perplessità , in particolare:
1) si ipotizza che la socializzazione forzata sia comunque un benefit ma la maggior parte dei lavoratori non la considera tale e penso ci siano buoni motivi
2) l’assenza di socializzazione a mio avviso non dipende solo dal “dove si lavora” (casa o ufficio) ma anche da “come si lavora” . Le persone che lavorano negli uffici spesso continuano in realtà a lavorare “in smart” ovvero non interagiscono con i colleghi in ufficio ma con i colleghi in remoto (in più specie nelle grandi città c’è il tempo dello spostamento spesso estenuante ) . L’ufficio è spesso solo il contenitore “esterno” dello Smart . E non basta la macchinetta del caffè per socializzare.
Sto scrivendo un altro post con dati italiani. Uno studio su mezzo milione di persone non può essere confrontato con le impressioni personali. E anche per l’Italia ci sono indicatori che vanno nella stessa direzione.
L’idea stessa che il lavoro diventi la parte sociale della vita di una persona è già un problema.
8 ore al giorno per fare quello che potrebbe essere fatto in meno, con gli spostamenti che poi aumentano quel tempo, sottraendolo ulteriormente alla vita privata.
Il Remote Work ha restituito alla gente la possibilità di avere una vita che non sia lavoro.
Il problema è: quella gente è ancora capace di avere una vita al di fuori del lavoro?
Qui mi viene in mente l’esempio dell’elefante a cui tolgono le catene ma che non si allontana perché ormai troppo abituato.
Le interazioni sociali vanno costruite in maniera naturale, frequentando posti diversi e alimentando interessi. Quelli in ufficio sono rapporti forzati.
Rimpiangere le ore trascorse in ufficio, a mio modesto parere, nasconde delle lacune.
Questo non significa, sia chiaro, che non debbano esserci momenti di incontro o giornate in presenza, ma è proprio il sottostante che a me fa riflettere.
Una persona che ha più tempo a disposizione non riesce a crearsi una rete sociale nel posto in cui vive e quindi cerca un surrogato in ufficio.
Poi potremmo parlare di produttività, costi personali e sociali, inquinamento, traffico e via discorrendo.
Ma anche volendoci fermare solo agli aspetti sociali, non riesco davvero a pensare come stare 5 giorni a settimana per 8 ore al giorno in ufficio, possa essere meglio che svegliarsi a casa, fare colazione con la famiglia, iniziare a lavorare con ritmi dettati da te, rispettando i tempi dati e i compiti assegnati.
Non so, negli uffici in cui ho lavorato ed anche quelli in cui lavoro oggi (ho cambiato 5 aziende negli ultimi 6 anni, facendo job hopping, non per altri motivi) c'erano e ci sono personaggi talmente tossici, che se non avessi avuto la possibilità di fare smart working probabilmente non sarei riuscita a tenere il posto di lavoro. Il solo pensiero di socializzare con loro oltre i 3 giorni settimanali che devo fare in presenza, mi fa venire da mettermi le mani nei capelli.
Sarà che il mondo dell'ingegneria è così, ma per fortuna dopo lo smart riesco ad andare in palestra (dove grazie allo sw posso andare alle 17) e socializzare, oppure uscire con gli amici e avere più tempo da passare con loro, oltre a partire da casa pulita e sistemata come vorrei e non con gli stessi indumenti che ho dalle 8 del mattino
A me sembra disarmante che si consideri il lavoro l’unico luogo di socialità. E imho la risposta alla solitudine non è il ritorno all’ufficio ma trovare altri luoghi di aggregazione
Non mi pare in questo articolo che mi pare incentrato sull’aumento di stress dei teleworker us single su peraltro un periodo che contiene due eventi epocali, COVID e avvento AI
Grazie Alessandra , concordo pienamente sul potenziale in mano alle amministrazioni anche in virtù delle difficoltà del commercio di dettaglio e l'aumento dello sfitto. Fossi un'amministrazione comunale investirei sul creare questo tipo di spazi, c'è da sottolineare che dare vita ad uno spazio vivo non è una banalità!
C'è un assunto da ribaltare: che la socialità "di default" possa nascere solo dal corridoio dell'ufficio. È una grammatica, non una legge di natura.
I ventenni di oggi hanno abitato per anni un'altra infrastruttura sociale, nativamente distribuita: la chat sempre aperta, il vocale lasciato attivo mentre si fa altro, la presenza asincrona ma continua. Sanno fare amicizia con chi non hanno mai toccato. È esattamente quel "succedere perché si sta nello stesso posto" che l'articolo attribuisce solo all'ufficio, traslato su uno spazio senza pareti.
Oggi nel lavoro questa attitudine viene castrata. LinkedIn è il sintomo: una piazza dove nessuno vive, dove si va solo a vendersi. Lo strumento c'è, l'uso è morto. Ma chi arriva adesso potrebbe rifiutare quella liturgia e portare nel professionale la naturalezza con cui ha sempre abitato il digitale.
L'ufficio era un sottoprodotto. La prossima socialità sarà un progetto, e a progettarla saranno quelli che oggi chiamiamo asociali.
Ma dove ha letto quello che mi attribuisce? Peraltro, il punto è che la "chat sempre aperta" non sostituisce l'incontro. Non solo nella socializzazione, ma anche nella crescita professionale.
Ha ragione su un punto e lo concedo subito: la chat non sostituisce l'incontro, né nella socialità né nell'apprendistato. Il mestiere si ruba con gli occhi, guardando un senior lavorare, e quello in un vocale non passa. Su questo lo studio che cita è solido e non provo a girarci attorno.
Ma non sostenevo la sostituzione. Sostenevo qualcosa di più stretto: che la categoria di "legame ambientale che si forma da sé", quella che lei attribuisce in esclusiva all'ufficio fisico, non è un monopolio della presenza. Una generazione l'ha già sperimentata altrove. Non dico che sia equivalente, dico che sa cosa significa stare insieme senza appuntamento, e quella competenza nel lavoro oggi non la usa nessuno.
Il punto allora non è "remoto contro presenza", è chi progetta il default. Lei stesso scrive che l'incontro ora va costruito deliberatamente perché non si produce più come sottoprodotto. D'accordo. La mia unica aggiunta è che a costruirlo saranno persone con un'intuizione diversa dalla nostra su cosa tiene insieme un gruppo, e che vale la pena lasciargliela esercitare invece di consegnargli i nostri rituali da replicare.
Sulla crescita professionale resto col dubbio più grosso, e qui le do ragione senza riserve: l'apprendistato per osmosi vuole corpi nello stesso spazio. Quello la chat non lo dà, e fingere il contrario sarebbe disonesto.
Lo smart working (o il remote work) libera tempo. E' un fatto. Il problema semmai è un'altro: la nostra passività nel costruirci una vita piena. Abbiamo delegato al lavoro la funzione di darci gratificazione e una vita sociale piena.
Non penso la soluzione sia un ritorno al 100% in ufficio (e mi pare di capire non lo auspichi neanche l'autore), ma forse dovremmo occuparci di arricchire la nostra vita di altro, rivitalizzare l'associazionismo, favorire gli incontri tra persone, la partecipazione sociale.
In fondo, sotto questo aspetto, il lavoro in ufficio era solo il cerotto su una ferita già sanguinante
Quando nasce un bisogno sociale necessario, sentito, non ci vuol molto a veder nascere con una certa spontaneità il cambiamento che lo soddisfi. Se senti la necessita di una vita sociale e non fai più amicizie sul lavoro succederà che se hai più tempo per fare sport, di andare a eventi, di giocare scacchi in un circolo, ecc. te le fai altrove.
La questione non di luogo ma di tempo libero.
In ambito aziendale non ho grandi sperimentazione di relazioni soddisfacenti, più cazzeggio che profondità ed empatia, più interesse che ricerca di scambio (hanno qualcosa da chiederti, non sono interessati alla relazione). Nella migliore delle ipotesi se sei bravo a calcetto allora qualche chance di nuova amicizia la puoi anche avere, ma fuori dal lavoro. E se hai il tempo di andarci al campetto puoi ottenere lo stesso risultato, se proprio vuoi.
Siamo stati costretti a trovare una soluzione nel luogo di lavoro.
Nella PMI italiana in cui c'è sempre un solo un amministrativo e tutti gli altri sono in produzione, dove possono esserci le relazioni informali?
Mi pare che questo studio riguardi il mondo delle aziende americane con miglia di dipendenti, non è certo applicabile al panorama italiano in cui hai il capo che se ti vede chiacchierare alla macchinetta del caffè storce il naso se non di peggio. Non si può traslare senza tarare una analisi da un Paese ad un altro.
Siccome non ne abbiamo allora uniamo l'utile a dilettevole: al lavoro si fanno amicizie.
Meglio sviluppare una relazione al lavoro, rimanendo in azienda (per altro pessimo ambiente per favorire contatti) per 10 o 12 ore (8 di lavoro, 1 o 2 di pranzo e per i pendolari 2 ore di viaggio) e non avere il tempo di conservare le amicizie storiche per mancanza di tempo?
E' stato detto "l’ufficio è il luogo numero uno in cui gli adulti americani stringono nuove amicizie" e la causa per cui ti sei perso gli amici con cui hai passato la grande epopea della tua gioventù, quelli che sanno tutto di te e a volte meglio di te.
"Chi vive da solo perde un quinto del proprio benessere mentale. Non lo si risolve con qualche coffee chat settimanale." ma non è obbligato a lavorare da casa può andare in azienda ogni giorno, il suo capo gli darà anche un premio, non troverà tutti, ma magari trova tutti i soli che hanno lo stesso suo bisogno.
"L’università italiana è uscita dall’online del COVID senza ricostruire i meccanismi informali di formazione dell’identità accademica: la chiacchiera in dipartimento, il corridoio prima del seminario, la birra dopo." in questo specifico ambito non ho niente da dire, se non che è ben altro ambiente rispetto a quello di un'azienda.
Mettiamo al lavoro l'intelligenza artificiale, garantiamo gli stessi stipendi, riduciamo l'orario di lavoro e poi misuriamo il grado di soddisfazione nelle relazioni che si libererà.
Siamo già entrati negli anni 20 del 21° secolo la vogliamo usare la tecnologia per liberarci dall'obbligo delle 8 ore di lavoro e pure aumentando la produttività.
Bellissimo articolo, complimenti. Solo una nota: apprezzatissima l’autocritica ma mi permetto umilmente ed educatamente di aggiungere che nelle aziende in molti (molti di più di quel che si crede) avevano già espresso dubbi e critiche analoghe a quelle da lei riportate oggi. Solo che…tali voci critiche interne sono state “soppresse” in nome di una cultura del cambiamento scambiata per innovazione. Gli studiosi e ricercatori poi…leggono, interpretano e sintetizzano dati che inevitabilmente, per loro natura, si formano molto dopo rispetto all’evoluzione dei fenomeni. Grazie ancora.
Non ho capito francamente il senso del commento.
Mi spiace, colpa mia. Buona notte.
La gente ha un problema anzi due
1. Lavoro al centro della.propria realizzazione
2. Nessun hobby
Io li ho risolti entrambi e sono stra felice di lavorare da casa 5 su 5 senza problemi .
Il punto, secondo me, è che molto del valore della presenza nasce da ciò che non è programmabile: la telefonata difficile che un collega ascolta per caso, il caso critico che diventa “formazione”, il gossip da macchinetta che rivela prospettive inattese. Sono eventi che non si possono concentrare nei “giorni giusti”: accadono perché le persone condividono stabilmente uno spazio e un tempo.
Per questo mi chiedo se non si debba ripensare lo smart working come tempo collettivo, anziché come scelta individuale. Ad esempio: lunedì e giovedì da remoto, negli altri giorni tutti in ufficio. Non perché esistano giorni migliori di altri, ma perché il valore della presenza nasce soprattutto dalla sincronizzazione. Un ufficio in cui ciascuno sceglie quando esserci rischia di perdere proprio quella rete di relazioni spontanee che cerca di preservare.
Chiaro una scelta del genere abbia un costo. Le aziende dovrebbero tornare a garantire spazi sufficienti per tutti e rinunciare a parte dei risparmi immobiliari ottenuti negli ultimi anni.
Ma è qui che, a mio avviso, emerge il nodo più interessante. Il capitale sociale prodotto dall’ufficio non genera benefici solo per l’impresa: produce relazioni, fiducia, apprendimento informale e integrazione. Una parte di questo valore ritorna all’organizzazione, ma un’altra parte va a beneficio dell’intera collettività.
In sostanza, va chiesto alle imprese di sostenere un costo privato per produrre anche un beneficio pubblico. È difficile aspettarsi che lo facciano spontaneamente, soprattutto quando i risparmi sono immediati e misurabili, mentre il valore delle relazioni è diffuso, di lungo periodo e quasi impossibile da quantificare.
E il tema che per me manca nel dibattito è questo: Se l’ufficio è davvero un’infrastruttura sociale, la sua organizzazione non riguarda soltanto le aziende o i lavoratori, ma anche la qualità del capitale sociale di una comunità.
Premessa: io dalla rivoluzione Covid ci ho guadagnato tutto quello che potevo guadagnare.
Sono riuscito a re-inventarmi freelance software engineer full remote da middle manager assicurativo che ero. Questo mi ha dato tempo di seguire tutte le pratiche per l’adozione di nostro figlio con la tranquillità di non dover chiedere a nessuno il tempo per gli incontri con i servizi sociali e, una volta arrivato, poter vederlo crescere giorno dopo giorno.
Quindi la scelta lavorativa è stata totalmente funzionale a quella di vita. Ora però che mio figlio va all’asilo inizio a ragionare sul “tornare in società”, perchè quelle relazioni forzate, anzi forzatissime, da macchinetta del caffè comunque sono qualcosa se si paragonano alla difficoltà che un maschio, sposato, con figlio piccolo 40enne ha nel fare amicizia.
La cosa che mi fa sentire bene è che il centro sono io: sulla base del mio momento di vita scelgo il tipo di work engagement.
Ecco, quello che chiedo alle aziende è che utilizzino un approccio più personalizzato: non policies generali che valgono per tutti, ma HR deve ascoltare, capire le esigenze e offrire il meglio per aiutare il dipendente nella sua work-life balance. Perché un dipendente contento è un dipendente produttivo.
Le assicuro che i giovani, o chi vive solo, farebbe in questo modo scelte diverse da quelle che farei io
Ho trovato molto interessante l'idea dell'ufficio come "infrastruttura sociale". Mi chiedo però se il punto non sia ancora più profondo. Forse il problema non è solo che il remote work ha indebolito quella funzione, ma che negli ultimi decenni abbiamo finito per delegare quasi esclusivamente al lavoro la costruzione delle relazioni sociali. Quartieri, associazioni, spazi pubblici e tempo libero hanno perso centralità, e così l'ufficio è diventato l'ultimo luogo dove le persone si incontrano spontaneamente. Inoltre credo che il tema sia profondamente generazionale: un professionista senior può lavorare da remoto senza grandi conseguenze, mentre per chi entra oggi nel mondo del lavoro l'apprendimento informale e la costruzione di una rete di relazioni sono parte integrante della formazione. Forse la vera sfida non è scegliere tra ufficio e remoto, ma ripensare il lavoro tenendo insieme produttività, qualità della vita e capitale sociale.
Non ha per nulla valenza anche in Italia ma nemmeno fuori dagli states ed anche lì tra big state e flyover c'è un abisso e parlo da 12 anni full remote con colleghi da 11 paesi diversi attualmente. Il lavoro è parte del tessuto sociale e culturale e lo modella ma ne è anche modellato di conseguenza. Tra il mio collega di HK alienato a quello texano che lavora da dentro il suo laboratorio di liuteria c'è una distanza siderale.
Penso - da sempre - che se i tuoi amici sono tuoi colleghi di ufficio, è un bel fallimento.
L'ufficio è un magazzino, ce li hai li, non li scegli, ti leghi a qualcuno "per allineamento", ma alla fine, per esperienza diretta e indiretta, lasciato quel lavoro, finisce spesso anche l'amicizia.
Prima di ripensare lo smart working bisognerebbe ripensare la qualità del lavoro.
Bisognerebbe ripensare i suoi manager, gli obbiettivi, il senso.
Per antonomasia il lavoro "è qualcosa che fai" e che al termine, si dovrebbe spengere da solo.
Al termine del lavoro dovrebbe esserci la vita, le relazioni importanti, lo spazio per crescere. E invece estendiamo sempre di più il tempo del lavoro al punto tale da scrivere saggi sull'importanza di essere in relazione al lavoro.
"Spendiamo sul posto di lavoro la maggior parte del tempo'.
Questo non dovrebbe essere l'incipit per dimostrare che è importante che quel tempo risulti efficace, dovrebbe essere l'incipit per allarmarci.
Quelli bravi, i Paesi che funzionano, dopo 8 ore ti guardano male. Non ti valutano sulla qualità delle relazioni. Ti valutano sull'efficacia dei risultati.
Concordo che chi ha un lavoro di relazione (come i consulenti) debba stare in relazione. E fare quel lavoro, non dimentichiamolo, è una scelta.
Ma tutti quelli che si occupano di amministrazione, acquisti, disegno tecnico, sviluppo prodotto e... che differenza sostanziale potranno mai fare fra stare seduti davanti a un computer in ufficio o farlo da casa?
Interessante, ma ho qualche perplessità , in particolare:
1) si ipotizza che la socializzazione forzata sia comunque un benefit ma la maggior parte dei lavoratori non la considera tale e penso ci siano buoni motivi
2) l’assenza di socializzazione a mio avviso non dipende solo dal “dove si lavora” (casa o ufficio) ma anche da “come si lavora” . Le persone che lavorano negli uffici spesso continuano in realtà a lavorare “in smart” ovvero non interagiscono con i colleghi in ufficio ma con i colleghi in remoto (in più specie nelle grandi città c’è il tempo dello spostamento spesso estenuante ) . L’ufficio è spesso solo il contenitore “esterno” dello Smart . E non basta la macchinetta del caffè per socializzare.
Sto scrivendo un altro post con dati italiani. Uno studio su mezzo milione di persone non può essere confrontato con le impressioni personali. E anche per l’Italia ci sono indicatori che vanno nella stessa direzione.
Letto con attenzione ma non sono d’accordo.
L’idea stessa che il lavoro diventi la parte sociale della vita di una persona è già un problema.
8 ore al giorno per fare quello che potrebbe essere fatto in meno, con gli spostamenti che poi aumentano quel tempo, sottraendolo ulteriormente alla vita privata.
Il Remote Work ha restituito alla gente la possibilità di avere una vita che non sia lavoro.
Il problema è: quella gente è ancora capace di avere una vita al di fuori del lavoro?
Qui mi viene in mente l’esempio dell’elefante a cui tolgono le catene ma che non si allontana perché ormai troppo abituato.
Le interazioni sociali vanno costruite in maniera naturale, frequentando posti diversi e alimentando interessi. Quelli in ufficio sono rapporti forzati.
Rimpiangere le ore trascorse in ufficio, a mio modesto parere, nasconde delle lacune.
Questo non significa, sia chiaro, che non debbano esserci momenti di incontro o giornate in presenza, ma è proprio il sottostante che a me fa riflettere.
Una persona che ha più tempo a disposizione non riesce a crearsi una rete sociale nel posto in cui vive e quindi cerca un surrogato in ufficio.
Poi potremmo parlare di produttività, costi personali e sociali, inquinamento, traffico e via discorrendo.
Ma anche volendoci fermare solo agli aspetti sociali, non riesco davvero a pensare come stare 5 giorni a settimana per 8 ore al giorno in ufficio, possa essere meglio che svegliarsi a casa, fare colazione con la famiglia, iniziare a lavorare con ritmi dettati da te, rispettando i tempi dati e i compiti assegnati.
Un saluto e grazie per gli spunti.
Non so, negli uffici in cui ho lavorato ed anche quelli in cui lavoro oggi (ho cambiato 5 aziende negli ultimi 6 anni, facendo job hopping, non per altri motivi) c'erano e ci sono personaggi talmente tossici, che se non avessi avuto la possibilità di fare smart working probabilmente non sarei riuscita a tenere il posto di lavoro. Il solo pensiero di socializzare con loro oltre i 3 giorni settimanali che devo fare in presenza, mi fa venire da mettermi le mani nei capelli.
Sarà che il mondo dell'ingegneria è così, ma per fortuna dopo lo smart riesco ad andare in palestra (dove grazie allo sw posso andare alle 17) e socializzare, oppure uscire con gli amici e avere più tempo da passare con loro, oltre a partire da casa pulita e sistemata come vorrei e non con gli stessi indumenti che ho dalle 8 del mattino
A me sembra disarmante che si consideri il lavoro l’unico luogo di socialità. E imho la risposta alla solitudine non è il ritorno all’ufficio ma trovare altri luoghi di aggregazione
Ma non c’è solo la socialità. Come scrivo c’è anche lo sviluppo professionale.
Già quello sarebbe un discorso diverso, anche se aneddoticamente non riscontro problemi
Ho citato studi estesi. Non aneddoti.
Non mi pare in questo articolo che mi pare incentrato sull’aumento di stress dei teleworker us single su peraltro un periodo che contiene due eventi epocali, COVID e avvento AI
Il tema l’ho citato in questo e scritto non so quante altre volte.
Mi perdoni ma io non la seguo su substack o altre piattaforme. L'articolo mi è apparso scrollando su substack
Grazie Alessandra , concordo pienamente sul potenziale in mano alle amministrazioni anche in virtù delle difficoltà del commercio di dettaglio e l'aumento dello sfitto. Fossi un'amministrazione comunale investirei sul creare questo tipo di spazi, c'è da sottolineare che dare vita ad uno spazio vivo non è una banalità!
C'è un assunto da ribaltare: che la socialità "di default" possa nascere solo dal corridoio dell'ufficio. È una grammatica, non una legge di natura.
I ventenni di oggi hanno abitato per anni un'altra infrastruttura sociale, nativamente distribuita: la chat sempre aperta, il vocale lasciato attivo mentre si fa altro, la presenza asincrona ma continua. Sanno fare amicizia con chi non hanno mai toccato. È esattamente quel "succedere perché si sta nello stesso posto" che l'articolo attribuisce solo all'ufficio, traslato su uno spazio senza pareti.
Oggi nel lavoro questa attitudine viene castrata. LinkedIn è il sintomo: una piazza dove nessuno vive, dove si va solo a vendersi. Lo strumento c'è, l'uso è morto. Ma chi arriva adesso potrebbe rifiutare quella liturgia e portare nel professionale la naturalezza con cui ha sempre abitato il digitale.
L'ufficio era un sottoprodotto. La prossima socialità sarà un progetto, e a progettarla saranno quelli che oggi chiamiamo asociali.
Ma dove ha letto quello che mi attribuisce? Peraltro, il punto è che la "chat sempre aperta" non sostituisce l'incontro. Non solo nella socializzazione, ma anche nella crescita professionale.
Ha ragione su un punto e lo concedo subito: la chat non sostituisce l'incontro, né nella socialità né nell'apprendistato. Il mestiere si ruba con gli occhi, guardando un senior lavorare, e quello in un vocale non passa. Su questo lo studio che cita è solido e non provo a girarci attorno.
Ma non sostenevo la sostituzione. Sostenevo qualcosa di più stretto: che la categoria di "legame ambientale che si forma da sé", quella che lei attribuisce in esclusiva all'ufficio fisico, non è un monopolio della presenza. Una generazione l'ha già sperimentata altrove. Non dico che sia equivalente, dico che sa cosa significa stare insieme senza appuntamento, e quella competenza nel lavoro oggi non la usa nessuno.
Il punto allora non è "remoto contro presenza", è chi progetta il default. Lei stesso scrive che l'incontro ora va costruito deliberatamente perché non si produce più come sottoprodotto. D'accordo. La mia unica aggiunta è che a costruirlo saranno persone con un'intuizione diversa dalla nostra su cosa tiene insieme un gruppo, e che vale la pena lasciargliela esercitare invece di consegnargli i nostri rituali da replicare.
Sulla crescita professionale resto col dubbio più grosso, e qui le do ragione senza riserve: l'apprendistato per osmosi vuole corpi nello stesso spazio. Quello la chat non lo dà, e fingere il contrario sarebbe disonesto.
Interessante. Con le dovute differenze. La società in USA non è la stessa che qui da noi.
Ci sono anche studi per l'italia. Ne ho già raccolti un po'. Appena ho tempo commento.
https://x.com/AlfonsoFuggetta/status/2070387273103712289?s=20
Lo smart working (o il remote work) libera tempo. E' un fatto. Il problema semmai è un'altro: la nostra passività nel costruirci una vita piena. Abbiamo delegato al lavoro la funzione di darci gratificazione e una vita sociale piena.
Non penso la soluzione sia un ritorno al 100% in ufficio (e mi pare di capire non lo auspichi neanche l'autore), ma forse dovremmo occuparci di arricchire la nostra vita di altro, rivitalizzare l'associazionismo, favorire gli incontri tra persone, la partecipazione sociale.
In fondo, sotto questo aspetto, il lavoro in ufficio era solo il cerotto su una ferita già sanguinante
Quando nasce un bisogno sociale necessario, sentito, non ci vuol molto a veder nascere con una certa spontaneità il cambiamento che lo soddisfi. Se senti la necessita di una vita sociale e non fai più amicizie sul lavoro succederà che se hai più tempo per fare sport, di andare a eventi, di giocare scacchi in un circolo, ecc. te le fai altrove.
La questione non di luogo ma di tempo libero.
In ambito aziendale non ho grandi sperimentazione di relazioni soddisfacenti, più cazzeggio che profondità ed empatia, più interesse che ricerca di scambio (hanno qualcosa da chiederti, non sono interessati alla relazione). Nella migliore delle ipotesi se sei bravo a calcetto allora qualche chance di nuova amicizia la puoi anche avere, ma fuori dal lavoro. E se hai il tempo di andarci al campetto puoi ottenere lo stesso risultato, se proprio vuoi.
Siamo stati costretti a trovare una soluzione nel luogo di lavoro.
Nella PMI italiana in cui c'è sempre un solo un amministrativo e tutti gli altri sono in produzione, dove possono esserci le relazioni informali?
Mi pare che questo studio riguardi il mondo delle aziende americane con miglia di dipendenti, non è certo applicabile al panorama italiano in cui hai il capo che se ti vede chiacchierare alla macchinetta del caffè storce il naso se non di peggio. Non si può traslare senza tarare una analisi da un Paese ad un altro.
Siccome non ne abbiamo allora uniamo l'utile a dilettevole: al lavoro si fanno amicizie.
Meglio sviluppare una relazione al lavoro, rimanendo in azienda (per altro pessimo ambiente per favorire contatti) per 10 o 12 ore (8 di lavoro, 1 o 2 di pranzo e per i pendolari 2 ore di viaggio) e non avere il tempo di conservare le amicizie storiche per mancanza di tempo?
E' stato detto "l’ufficio è il luogo numero uno in cui gli adulti americani stringono nuove amicizie" e la causa per cui ti sei perso gli amici con cui hai passato la grande epopea della tua gioventù, quelli che sanno tutto di te e a volte meglio di te.
"Chi vive da solo perde un quinto del proprio benessere mentale. Non lo si risolve con qualche coffee chat settimanale." ma non è obbligato a lavorare da casa può andare in azienda ogni giorno, il suo capo gli darà anche un premio, non troverà tutti, ma magari trova tutti i soli che hanno lo stesso suo bisogno.
"L’università italiana è uscita dall’online del COVID senza ricostruire i meccanismi informali di formazione dell’identità accademica: la chiacchiera in dipartimento, il corridoio prima del seminario, la birra dopo." in questo specifico ambito non ho niente da dire, se non che è ben altro ambiente rispetto a quello di un'azienda.
Mettiamo al lavoro l'intelligenza artificiale, garantiamo gli stessi stipendi, riduciamo l'orario di lavoro e poi misuriamo il grado di soddisfazione nelle relazioni che si libererà.
Siamo già entrati negli anni 20 del 21° secolo la vogliamo usare la tecnologia per liberarci dall'obbligo delle 8 ore di lavoro e pure aumentando la produttività.
Viva lo smart work, non il remote work.