Vivere di tatticismo senza strategia
È il principale male di questi tempi, specialmente nel nostro Paese (ma non solo). Nella vita personale come nell'economia e la politica.
Ad ogni problema, una pezza. Ad ogni sintomo, un rimedio rapido, indolore, possibilmente invisibile. Un escamotage furbesco che sposta il disagio nel tempo, lo nasconde, lo rimanda — finché non diventa irrisolvibile o estremamente costoso. Se provo ad astrarre quel che vedo in tante vicende — a livello personale o semplicemente da osservatore — mi accorgo che il male peggiore che ci attanaglia è il tatticismo.
Peter Senge, ne La quinta disciplina, chiama questo meccanismo “fixes that fail”: le soluzioni tampone che risolvono il sintomo nel breve periodo, ma seminano problemi ancora più gravi destinati a manifestarsi in futuro. È una delle patologie più insidiose che colpisce le organizzazioni — e le persone.
Io uso sempre la metafora dell’antipiretico e dell’antibiotico. Se hai una polmonite batterica, l’antipiretico abbassa la febbre, ma non cancella la malattia. Serve l’antibiotico che, spesso, in prima battuta ti indebolisce, ma ti fa guarire davvero. Vale per le organizzazioni, vale per i progetti, vale per le relazioni: ho visto team brillanti collassare su se stessi perché per mesi avevano scelto la medicina più facile invece di quella necessaria.
Il problema a volte è la mancanza di intelligenza o, come direbbe Carlo Cipolla, la stupidità di chi fa scelte autolesioniste e dannose per gli altri. In altri casi, troppi, è la mancanza di coraggio. Prendere un problema di petto costa: tempo, energia, conflitti, incertezza. La pezza, invece, costa poco adesso. È lì che sta il tranello.
Ma Madama Realtà non tratta. Prima o poi ci presenta il conto. L’antibiotico lo prendi adesso, oppure lo prendi e “paghi” dopo. Con gli interessi.
La domanda che mi faccio spesso è questa: quante delle cose che stiamo rimandando oggi sono già diventate polmoniti?
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