Tre tipi di manager: il buono, il brutto e il cattivo
O anche, chi crea, chi galleggia, chi distrugge.
Il titolo, ovviamente, fa riferimento all’opera di Sergio Leone. Non devo certo spiegare la grandezza di questo film né il suo posto nella storia del cinema, nella cultura e nel nostro immaginario collettivo. Forse proprio per questo, mi è venuta in mente un’analogia tra il comportamento di manager che mi è capitato di vedere in questi anni e le tre figure iconiche che animano le vicende del western di Sergio Leone.
Il buono
Quando un manager/imprenditore è “buono”? Quando si occupa della crescita dell’impresa e dello sviluppo dei suoi prodotti; quando sa cambiare strategia di fronte a rischi o opportunità; quando affronta anche rischi, ma consolida una struttura capace di operare con successo sul mercato; quando crea un gruppo di persone motivate a cui delegare molte attività aziendali. In poche parole, quando la sua azione è volta a sviluppare e consolidare una realtà che, al suo interno e nel rapporto con il mercato, presenta caratteristiche di robustezza, resilienza e distintività. Ovviamente, questi attributi possono declinarsi in modo diverso a seconda della tipologia e della dimensione dell’attività di cui parliamo. Ma è indubbio che il manager “buono” si occupi di sviluppo, fa, crea, anche con contraddizioni e problemi, come in ogni realtà umana, ma con una stella polare che non può essere messa in discussione.
Il brutto
Un manager è “brutto” quando galleggia, sfrutta quanto fatto in passato per ottenere risultati economici o per tamponare, in modo tattico, i problemi e le sfide che emergono. Devo far crescere il fatturato? Aumento i prezzi e i volumi. Non basta per aumentare i margini? Taglio i costi. Sono tutte operazioni che, in un quadro strategico chiaro, possono anche avere un ruolo, ma spesso non sono altro che la reazione di breve periodo e semplicistica a una sfida o a un problema, senza alcun respiro né visione di lungo periodo. Si galleggia su quanto fatto in passato.
Il cattivo
Un manager è “cattivo” quando, per rispondere a un problema, sa solo tagliare, tipicamente, persone e capacità aziendali. Per esempio, elimina strutture operative e si affida in modo pesante all’outsourcing. Oppure taglia gli investimenti in ricerca e sviluppo e punta a spremere il massimo dai prodotti concepiti in passato. Anche in questo caso, può essere che in talune circostanze alcune operazioni dolorose siano necessarie. Ma quando esse sono solo una risposta immediata e impulsiva senza alcuna visione del futuro, ciò che si ottiene è il contrario di quanto ottenuto dal manager “buono”: il “buono” crea valore, il “cattivo” distrugge valore. In alcuni casi, addirittura, si usa l’espressione “estrazione di valore” per operazioni come l’uso delle riserve dell’azienda per bonus o per premialità aggiuntive agli azionisti: si svuotano gli asset aziendali per un interesse che nulla ha a che fare con la crescita dell’impresa. Anzi, la danneggia e compromette.
Quindi?
In realtà, l’analogia si applica più ai comportamenti che alla persona in sé: lo stesso manager/imprenditore – e succede più spesso di quanto si pensi – può passare da “buono” a “brutto” o a “cattivo”. Ci sono manager strutturalmente incapaci, ma il rischio più grave è quello che tutti corrono (anche quelli “buoni”) quando non sono consapevoli di ciò che sta accadendo e di ciò che stanno facendo, e diventano vittime del conformismo e del proprio ego. Pensano di poter affrontare nuovi problemi e sfide grazie al loro intuito o alla fiducia riposta nelle scelte del passato.
Dobbiamo sempre ricordarci che costruire richiede tempo e che non c'è nulla di peggio del non agire, del procrastinare, come ci ricorda la famosa metafora della rana bollita, o di improvvisare soluzioni basate puramente sull'istinto e sulla fretta. Il manager “buono” deve sempre avere l’umiltà e il coraggio di rimettersi in discussione, di non accontentarsi, di non affidarsi solo al passato per costruire il futuro.
Che manager/imprenditore (se lo sei) pensi di essere?
© 2026 Alfonso Fuggetta & Sonia Montegiove. Salvo diversa indicazione, tutti i contenuti di questa pubblicazione sono protetti da copyright e rilasciati con licenza CC BY-NC-ND 4.0: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it




Gentile Alfonso,
Non sono maneger, solo un’anziana ex-insegnante. In relazione a questo articolo mi vien da dire che molte delle sue riflessioni socio/cinematografiche sono applicabili all’individuo in sé, ai suoi comportamenti e alle sue scelte di fronte ai problemi grandi e piccoli che la vita propone anche quotidianamente. Come dire che molte capacità manageriali sono assai utili a migliorare la nostra vita di persone, non solo le aziende!
Non ho mai apprezzato coloro che mettono i propri obiettivi (annuali) prima degli obiettivi (pluriennali) della azienda. Di solito le vittime di questo atteggiamento sono la Ricerca, la Manutenzione, lo sviluppo del Capitale Umano. Spesso agire così fa raggiungere gli obiettivi personali ma uccide poco alla volta l'azienda.
Ho esempi reali vissuti in prima persona che lo dimostrano. Complici sono coloro che fissano gli obiettivi. Ma anche loro hanno degli obiettivi da raggiungere.