Sulle spalle di giganti che nessuno conosce
Il paradosso di una civiltà tecnologica che non conosce chi ne ha costruito le fondamenta.
Qualche giorno fa ho visto un’intervista a Leslie Lamport. Probabilmente, molti tra coloro che leggono queste righe non sanno chi sia. Eppure, mentre leggete questo post — su un dispositivo connesso a Internet, su una piattaforma che gira su server distribuiti in tutto il mondo — state usando qualcosa che Lamport ha contribuito a rendere possibile, in modo diretto, misurabile, fondamentale.
Sam Altman lo conoscono tutti. Dario Amodei anche. Sono i volti del futuro tecnologico. Non voglio sminuirli. Ma voglio fare una domanda semplice: siamo consapevoli di come la tecnologia si sia sviluppata? Guardiamo a chi dice di costruire il futuro e ci dimentichiamo di chi ha costruito ciò che lo rende possibile? Almeno tra coloro che oggi si occupano professionalmente delle tecnologie digitali, queste domande non possono essere eluse.
Chi è Leslie Lamport
Leslie Lamport è un informatico nato nel 1941. Ha vinto il Turing Award nel 2013 — il massimo riconoscimento nell’informatica, spesso paragonato al Nobel — per i suoi contributi fondamentali ai sistemi distribuiti.
Ogni volta che fate un bonifico e il denaro arriva correttamente nonostante un server sia andato in crash, stiamo sfruttando il suo lavoro. Ogni volta che un documento su Google Docs si sincronizza tra dispositivi senza perdere dati, c’è il suo lavoro. Quando una blockchain raggiunge il consenso tra migliaia di nodi senza un’autorità centrale, si applicano concetti che lui ha formalizzato decenni fa.
Come ha fatto? Con una manciata di contributi che sono diventati le fondamenta dell'informatica moderna. Nel 1978 ha risolto il problema di stabilire l'ordine degli eventi in un sistema distribuito in cui non esiste un orologio globale: i suoi clock logici e la relazione "happened-before" sono oggi parte del curriculum di ogni corso di sistemi distribuiti del mondo, e quel paper è tra i più citati nella storia dell'informatica. Ha poi inventato Paxos — concepito nel 1989 e pubblicato nel 1998 dopo anni di incomprensione da parte della comunità — l'algoritmo con cui un insieme di computer può raggiungere un consenso affidabile anche se alcuni di essi falliscono. Google lo usa in Chubby, il sistema di coordinamento alla base di molti dei suoi servizi. Con Shostak e Pease ha formalizzato nel 1982 "The Byzantine Generals Problem": come costruire sistemi affidabili quando alcuni componenti non sono semplicemente guasti, ma attivamente malevoli — un problema che è diventato fondamentale per la progettazione di ogni sistema distribuito che debba resistere a componenti inaffidabili o ostili, e che costituisce una delle basi teoriche su cui si fondano molte blockchain moderne. E nel 1984 ha creato LaTeX, il sistema di composizione tipografica con cui è stata scritta la quasi totalità della letteratura scientifica in matematica, fisica e informatica degli ultimi quarant'anni. Tra l'altro, oggi tutti iniziano a conoscere Markdown, che condivide con LaTeX — e con una lunga tradizione di linguaggi di markup che precede entrambi — l'idea fondamentale di scrivere le istruzioni di formattazione come testo semplice.
Bob Taylor, fondatore e manager del laboratorio di ricerca di Digital Equipment Corporation, lo ha detto con la semplicità di chi sa bene di cosa parla: “Internet si basa sulla tecnologia dei sistemi distribuiti, che a sua volta si fonda sul lavoro e sui risultati di Leslie. Se usi Internet, hai un debito verso Leslie.”
Il paradosso dell’invisibilità
C’è una legge non scritta nella storia della tecnologia: chi costruisce infrastrutture diventa invisibile esattamente nella misura in cui ha fatto bene il proprio lavoro. Se un ponte regge, nessuno pensa all’ingegnere che lo ha progettato. Se i dati non si perdono, se Internet funziona — nessuno si chiede perché.
I modelli di OpenAI girano su data center distribuiti, la cui architettura software si fonda direttamente sugli algoritmi di Lamport. Senza quel lavoro teorico, non esisterebbe l’infrastruttura su cui l’AI moderna gira. Eppure uno è su tutte le copertine. L’altro lo riconoscono a malapena gli specialisti.
Non è solo Lamport. Il fenomeno è sistemico.
Dennis Ritchie ha inventato il linguaggio C e co-creato Unix. È morto il 12 ottobre 2011, una settimana dopo Steve Jobs. I giornali erano ancora pieni del lutto per Jobs; la morte di Ritchie fu una notizia di nicchia. Eppure il sistema operativo del vostro smartphone discende direttamente da Unix. Claude Shannon ha inventato la teoria dell’informazione — il framework matematico che spiega come si trasmettono, si comprimono e si proteggono i dati digitali. Senza Shannon non esisterebbero la teoria dei codici, la compressione digitale, né le fondamenta matematiche dei protocolli di rete. Quanti lo conoscono fuori dall’accademia?
Il pattern è sempre lo stesso. I costruttori di fondamenta spariscono. I costruttori di prodotti rimangono.
Perché è importante sapere queste cose?
Non si tratta solo di giustizia storica. Il tipo di lavoro che svolgeva Lamport — teorico, rigoroso, di lungo periodo, spesso privo di applicazione immediata — è sempre più difficile da finanziare in un ecosistema ossessionato dai risultati a breve termine. Se non riconosciamo il valore di quel lavoro, rischiamo di smettere di farlo. E tra vent’anni ci troveremo senza le fondamenta su cui costruire la prossima generazione di tecnologie.
C’è anche un problema narrativo. Se i modelli celebrati sono solo gli imprenditori, se il successo si misura in valutazioni di mercato e in copertine di riviste, orientiamo i talenti migliori verso quel tipo di lavoro. E impoveriamo la ricerca di base, la teoria, l’ingegneria delle infrastrutture.

A Milano, in via degli Omenoni, a pochi metri da piazza della Scala e dalla casa di Manzoni, trovate un palazzo che prende il nome dalle otto statue sulla sua facciata: atlanti che reggono il peso dell'edificio sulle spalle. In silenzio, senza che nessuno sappia il loro nome. Newton diceva di vedere più lontano perché stava sulle spalle dei giganti. Nell’informatica, quei giganti hanno un nome: Lamport, Ritchie, Shannon, Knuth, Dijkstra, Turing, Parnas, Hoare. Non sono antagonisti di Jobs, Zuckerberg, Altman. Ma meritano di stare nella stessa conversazione.
La prossima volta che leggete di una nuova AI rivoluzionaria, vale la pena fermarsi un momento: su quali fondamenta teoriche si regge? Chi le ha costruite e quando?
E se vi capita di incrociare un’intervista a Leslie Lamport — uno degli uomini che ha letteralmente costruito il mondo digitale in cui vivete — fermatevi. Ascoltatelo.
Vale molto più di quanto crediate.
P.S.: Se passate da Milano, andate in piazza della Scala e poi seguite questo breve percorso di storia dell’architettura. Con la Scala alle vostre spalle vedrete di fronte a voi Palazzo Marino e la statua di Leonardo da Vinci. Sulla destra l’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele. Sulla sinistra trovate il complesso architettonico, composto dalla sede dell'ex Banca Commerciale Italiana, progettata da Luca Beltrami, da Palazzo Anguissola Antona Traversi e da Palazzo Brentani, scrigno delle collezioni d’arte delle Gallerie d’Italia di Milano. Poi, proseguendo verso piazza Meda, trovate sulla sinistra la via degli Omenoni con questo palazzo. Ancora pochi metri e arriverete nella splendida Piazza Belgioioso con la casa del Manzoni sullo sfondo. Gioielli di una Milano che non tutti conoscono.
Disclaimer: questo post è stato realizzato con il supporto di GenAI.
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Claude: "Mark Weiser, uno dei padri dell'ubiquitous computing, lo formulò così: la tecnologia più profonda è quella che scompare. Non nel senso che smette di esistere, ma che si integra nella vita fino a diventare invisibile — come l'elettricità, come l'acqua corrente." https://claude.ai/share/597069b6-8292-4e91-b19e-ab2bc7e7da5b #deeptech
Grazie per aver ricordato un gigante di questa portata, e soprattutto il significato concreto della ricerca informatica che diventa infrastruttura robusta per decenni qualsiasi sia la specifica tecnologia che l'implementa!