Sepolcri imbiancati
L’incoerenza è il macigno che ci ferma — nelle cose grandi e soprattutto in quelle piccole.
Quando ero giovane e facevo parte del consiglio pastorale della mia parrocchia, il parroco leggeva spesso un brano del Vangelo di Matteo che mi è rimasto impresso. Capitolo 23, versetti 27 e 28:
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume.
Gesù si rivolge a scribi e farisei e non usa mezzi termini. E aggiunge:
Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.

Non è un rimprovero generico. È una denuncia precisa: la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa, l’esteriorità che nasconde il vuoto, le parole che vanno in una direzione, i comportamenti nell’altra. Duemila anni dopo, quell’immagine non ha perso un grammo di forza.
In quarant’anni di lavoro — all’università, incontrando centinaia di imprese e amministrazioni pubbliche — ho visto questa distanza ripetersi con una regolarità che non sorprende più, ma non smette di angustiarmi: piani strategici annunciati con grande enfasi e dimenticati il giorno dopo; valori scritti sulle pareti delle sale riunioni e smentiti alla prima decisione difficile; innovazione che vive solo nelle slide del consulente; proclami sull’importanza delle persone, seguiti da decisioni che vanno in direzione opposta.
L’incoerenza spesso non è un incidente: è un’abitudine. E, come tutte le abitudini, a forza di ripetersi, diventa invisibile a chi la pratica. I sepolcri si imbiancano un po’ alla volta, strato dopo strato, finché nessuno si ricorda più di cosa ci sia davvero sotto.
L’incoerenza come sistema
Il problema non riguarda solo le organizzazioni. È generale.
Un caso che mi lascia sempre esterrefatto è quello dei leader politici che si ergono a difensori della famiglia tradizionale, della civiltà cristiana, dei valori della Chiesa — e le cui vite personali contraddicono i precetti più elementari di quella stessa Chiesa che dicono di voler tutelare. Matrimoni multipli, relazioni extraconiugali, comportamenti che la dottrina cattolica considera incompatibili con la vita cristiana. La famiglia tradizionale va difesa — purché sia quella degli altri. È solo un esempio, ma lo trovo emblematico.
Non si tratta di questo o di quello schieramento politico. E non si tratta nemmeno della complessità inevitabile delle decisioni difficili — chi governa, chi dirige un’impresa, chi gestisce un’organizzazione o chi vive le vicissitudini familiari sa che le scelte sono spesso tra mali minori e che la realtà impone compromessi. Sa anche che si sbaglia, si cade, si devia dalla “retta via”: è parte della natura umana e bisogna tenerne conto.
Qui il punto è diverso: le parole e i fatti abitano universi paralleli; si dichiarano pomposamente obiettivi e principi che, con sfaggiataggine e impudenza, vengono quotidianamente contraddetti dalle azioni intraprese nella vita reale. E questa dissociazione viene praticata alla luce del sole, sistematicamente, senza pudore, come se la coerenza fosse un optional per le anime belle.
Consistenza, non intensità
Simon Sinek, parlando di leadership, ha colto un punto che va ben oltre il management. Ha detto che ciò che conta non è l’intensità ma la consistenza. Non il gesto clamoroso, ma la ripetizione quotidiana. Non il discorso ispirazionale una volta all’anno, ma il comportamento di ogni giorno.
Poi, in parte, ha corretto il tiro e la correzione è interessante: non basta la consistenza al posto dell’intensità. Serve la consistenza insieme all’intensità. Bisogna crederci davvero — e dimostrarlo ogni giorno. Non basta la passione del momento, né la routine senz’anima. Serve la disciplina di allineare le parole ai fatti, giorno dopo giorno, nelle scelte piccole e grandi.
Walk the talk, direbbero gli anglosassoni. Fai quello che dici. Sembra banale. È la cosa più difficile del mondo. Perché non si tratta solo di coerenza tra valori e comportamenti — si tratta anche di coerenza tra gli obiettivi che ci diamo e le scelte che facciamo ogni giorno per raggiungerli. L’incoerenza non è solo ipocrisia: è anche la strategia che va in una direzione e le decisioni operative che vanno nell’altra, il piano che dice “innovazione” e il budget che finanzia la conservazione.
Ma è nelle piccole cose che l’incoerenza fa i danni più gravi. Perché le grandi falsità sono visibili, criticabili, smontabili. Ma le piccole incoerenze quotidiane — il manager che predica la delega e accentra ogni decisione, il collega che invoca la trasparenza e nasconde le informazioni, l’istituzione che celebra l’innovazione e punisce chi prova a cambiare qualcosa — quelle erodono la fiducia goccia dopo goccia, senza che nessuno se ne accorga finché non è troppo tardi.
Tornare ai sepolcri
L’invettiva di Gesù non era rivolta soltanto ai farisei del suo tempo. È rivolta a chiunque costruisca facciate lucide su fondamenta vuote. A chi dice e non fa. A chi predica bene e razzola male — formula logora, ma logorata dall’uso perché fotografa una realtà che non cambia.
Uno dei grandi macigni che ci ferma — nelle imprese, nelle istituzioni, nella politica, nella vita di ogni giorno — non è la mancanza di idee, di risorse o di talento. È la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Tra gli obiettivi che ci diamo e le scelte con cui li tradiamo. È l’incoerenza. Ed è un macigno che si rimuove solo con la consistenza: non con un gesto, ma con mille piccole scelte quotidiane in cui ciò che facciamo corrisponde a ciò che diciamo. Il contrario esatto di un sepolcro imbiancato.
Disclaimer: questo post è stato realizzato con il supporto di Claude.
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