Quello che le università non possono fare
Il dibattito sull’impatto delle università sulla competitività e lo sviluppo riemerge periodicamente, spesso con polemiche e analisi poco utili a risolvere il problema.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude, soprattutto per la ricerca di fonti e dati. Ho fatto un doppio controllo di fact-checking, ma vi prego di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
Il post in tre frasi
Le università europee restano competitive nei ranking internazionali. Le italiane stanno migliorando. Il dibattito pubblico nel nostro Paese torna sempre alle polemiche sui «baroni» e sui privilegi di un sistema considerato irrecuperabile.
In realtà, il principale (non unico!) ritardo tecnologico europeo (e italiano) sta a valle, nel sistema che non sa convertire la ricerca in impatto economico: capitale di rischio sottodimensionato, fondi pensione che non finanziano l’innovazione, mercato dei capitali frammentato. In Italia, la dimensione media delle imprese è molto inferiore a quella europea e statunitense.
In Italia il problema si presenta in forma amplificata e il PNRR — che avrebbe potuto correggere la traiettoria strutturale — ha sostanzialmente fallito, distribuendo risorse straordinarie secondo i criteri di ripartizione della spesa ordinaria.
I ranking internazionali (QS, THE, ARWU di Shanghai) hanno pubblicato negli ultimi mesi le edizioni più recenti e ogni paese ha presentato i propri risultati con il consueto mix di legittimo orgoglio e di marketing istituzionale. In Italia, la notizia forse più segnalata sui media è stata l’ulteriore avanzata del Politecnico di Milano nei top 100 della QS — 87° posto nell’edizione 2027 uscita il 18 giugno 2026, +11 posizioni in un anno, +100 in dieci anni. Risultato vero, che si aggiunge al miglior risultato di sempre della Sapienza nella stessa edizione (111° posto, +17 in un anno) e al miglioramento di Bologna e di altri atenei italiani.
Qual è l’impatto delle università europee sulla competitività tecnologica del continente? E perché, a fronte di un sistema accademico molto meno debole di quanto spesso si racconta, l’Europa continua ad allargare il proprio ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina?
La mia tesi (e non solo la mia) è che il ritardo europeo non risieda principalmente nelle università: stanno facendo il loro mestiere a un livello dignitoso. Il problema è che il sistema attorno a loro non è attrezzato a valorizzare, sul piano economico, quanto si produce sul piano scientifico. Pensate al web, inventato a Ginevra al CERN, e dominato oggi dalle grandi corporation USA. In Italia il problema si aggrava per gli interventi e gli investimenti che hanno speso molto senza cambiare in modo strutturale la dinamica dei processi di ricerca e innovazione del Paese.
1. Quello che le università europee producono e non riescono a trasferire
Nei tre principali ranking mondiali, la presenza europea resta significativa. Il THE 2026 conta una trentina di università europee nei top 100 (gli USA ne hanno 35); QS 2026 valorizza il sistema britannico (17 atenei nei top 100, di cui 4 nei top 10); ARWU 2025 — che pesa di più la ricerca pura, con indicatori come premi Nobel, articoli su Nature e Science, citazioni Web of Science — abbassa la quota europea al 25% contro il 37% americano, ma le presenze restano numerose: Cambridge (4°), Oxford (6°), Paris-Saclay (13°), LMU Monaco (42°), Sorbonne (43°), TU Monaco (45°), Heidelberg (51°), fra le prime cinquanta o appena dietro.
Nota: ho chiesto a Claude di spiegarmi in poche righe la natura e le differenze tra i principali ranking. Questo il risultato:
QS premia soprattutto la reputazione: quasi metà del punteggio proviene da survey di docenti e datori di lavoro, il resto dal rapporto tra docenti e studenti e dall'internazionalizzazione. È il ranking più “percepito”, meno oggettivo.
ARWU (Shanghai) misura principalmente l’eccellenza della ricerca in hard science: Nobel e Fields tra alumni e faculty, ricercatori più citati, pubblicazioni su Nature e Science. Tendenzialmente, favorisce i mega-atenei anglosassoni e penalizza le scienze umane e sociali.
THE (Times Higher Education) è il più bilanciato dei tre: distribuisce il punteggio su cinque pilastri — didattica, ambiente di ricerca, qualità della ricerca (citazioni), internazionalizzazione e rapporti con l’industria. Combina dati bibliometrici (Scopus) e survey reputazionali, con un peso quasi equivalente tra insegnamento e ricerca. È il ranking che tenta di misurare anche la didattica, ma lo fa in gran parte attraverso la reputazione e indicatori proxy (rapporto docenti/studenti, dottorati conferiti), non attraverso esiti reali di apprendimento. Resta comunque sbilanciato verso gli atenei anglofoni e le discipline STEM.
In sintesi: QS misura il brand, ARWU il capitale scientifico d’élite, THE prova a bilanciare didattica e ricerca ma resta ancorato alla reputazione e alle citazioni. Nessuno dei tre cattura davvero la qualità dell’esperienza formativa dello studente medio.
Anni fa, scrissi per la lavoce.info un articolo che spiegava la natura di questi ranking e metteva in guardia da letture troppo semplicistiche.
Anche le università italiane stanno migliorando. In ARWU 2025 Sapienza è nella fascia 101-150, l’unica italiana nei top 150; in THE 2026 Bologna sale al 130° posto (dal 146° dell’edizione precedente). In QS 2027, l’edizione più recente, il quadro italiano è il migliore degli ultimi anni: Politecnico di Milano all’87° posto, Sapienza al 111° (miglior risultato di sempre), Bologna al 123°, e progressi importanti per Padova (dal 336° al 204°, +132 posizioni in un anno) e Politecnico di Torino (dal 305° al 206°). Sono 47 gli atenei italiani in classifica QS, di cui 26 in miglioramento rispetto all’edizione precedente. È il dato di maggior interesse: in QS 2027, mentre la Germania ha visto scendere 38 atenei su 60, la Spagna 24 su 48, la Francia 19 su 38 e l’Olanda 11 su 13, l’Italia è l’unico grande sistema europeo in cui la maggioranza degli atenei è in crescita. Nel complesso, gli atenei italiani in classifica restano molto meno numerosi rispetto agli USA (184 atenei) e agli altri grandi sistemi anglosassoni e asiatici, ma la traiettoria, almeno in QS, è positiva.
Il sistema cresce su entrambi i fronti: più atenei dignitosi nelle prime 200-300 posizioni e campioni che si avvicinano alla top 50. La distanza dalle prime venti università del mondo resta ampia.
Va aggiunta una precisazione d’obbligo: il dibattito italiano sull’università è da anni avvelenato da una retorica stucchevole. Riconoscere che il sistema ha una base competitiva non significa che vada tutto bene. Il sistema italiano resta molto sotto i benchmark europei su quasi ogni indicatore strutturale: finanziamento per ricercatore, dimensione media degli atenei, rapporto studenti-docenti, internazionalizzazione di studenti e docenti, output di alta qualità per docente, capacità di attrarre i migliori dall’estero. La distanza dai migliori sistemi continentali — Olanda, Svizzera, Svezia, i Länder tedeschi più virtuosi — è cospicua. Il lavoro da fare è enorme, e bisogna farlo.
Una cosa, però, è una valutazione seria, anche dura, fondata su meccanismi specifici e su dati confrontabili. Un’altra è il fuoco di sbarramento generalizzato che spesso accompagna il discorso pubblico sull’università italiana — ridotta a luogo di privilegi corporativi, parentopoli e inefficienza endemica, da cui non ci si potrebbe aspettare nulla. Quel registro non corregge nulla, produce rumore, demoralizza chi lavora bene e fa da copertura a chi non vuole investire nell’università perché «tanto è un buco nero». Sparare nel mucchio alla cieca è sempre più facile che lavorare per migliorare un sistema complesso. Più facile, ma quasi sempre sbagliato.
Il quadro è quindi quello di un sistema universitario europeo che produce risultati significativi, pur con ampi margini di miglioramento su molti indicatori strutturali, in particolare in Italia. L’Italia si è mossa ma deve accelerare, e molto.
Quando però si guarda al passaggio successivo (la trasformazione di quella produzione in aziende che competono a livello globale), il sistema si inceppa. Il caso del web che citavo in precedenza è, a questo proposito, emblematico.
In 2023, deep tech accounted for 44% of venture capital (VC) funding in Europe. However, only 23% of spin-offs operate in this sector, compared to more than 60% of VC funded deep tech companies in the United States. This gap suggests that Europe is not fully capitalising on its research strengths. [Commissione Europea, Spin-offs: Driving innovation across the EU-27, 25 febbraio 2025]
La ricerca europea genera meno aziende ad alta intensità tecnologica e, quando le genera, fatica a portarle oltre la fase seed. Quel fallimento è di sistema, non è una colpa delle università.
2. Il sistema downstream che non c’è
Tre dati illustrano la struttura del ritardo europeo.
Spesa R&D corporate. Lo dice il rapporto Draghi:
In 2021, EU companies spent about half as much on R&I as share of GDP as US companies – around EUR 270 billion. [Mario Draghi, The future of European competitiveness — Part A, Commissione Europea, settembre 2024]
Il gap è concentrato nel settore tecnologico, dove le prime tre imprese europee per spesa in R&D operano nell’automotive mentre le prime tre americane sono tutte tech. La R&D intensity complessiva dell’UE è pari al 2,1% del PIL (OECD MSTI 2024), contro circa il 3,4% degli Stati Uniti e la rapida ascesa della Cina, salita al 2,6% nel 2024 — allineandosi per la prima volta alla media OECD, ma ancora circa 0,8 punti sotto quella degli Stati Uniti.
Allocazione del risparmio. È qui che il quadro diventa impietoso. Il rapporto Atomico State of European Tech 2025 documenta che i fondi pensione europei allocano al venture capital appena lo 0,009% dei propri asset, contro lo 0,028% dei fondi pensione statunitensi — una differenza di oltre tre volte. Portare l’allocazione europea al livello americano libererebbe circa 210 miliardi di dollari aggiuntivi di venture funding nel corso del decennio.
Aggregando l’effetto su un orizzonte più ampio, lo stesso rapporto stima che l’Europa abbia sottofinanziato le proprie aziende tecnologiche di circa 375 miliardi di dollari rispetto agli Stati Uniti negli ultimi dieci anni — e che per fermare l’allargamento del gap servirebbero oltre 1 trilione di dollari di investimento aggiuntivo nei prossimi dieci anni.
Scale-up gap. L’Europa è competitiva nelle fasi seed e serie A. È nella fase di crescita, dopo i €50 milioni di valutazione, che il sistema non funziona. Le aziende che superano quella soglia trovano in Europa pochi fondi capaci di investire centinaia di milioni e finiscono per andare a Wall Street, quotarsi al Nasdaq, spostare il quartier generale. È quello che gli analisti chiamano mid-tech trap: il sistema genera molte aziende interessanti, quasi nessuna delle quali diventa grande.
I dati di produttività confermano la diagnosi.
Between the fourth quarter of 2019 and the second quarter of 2024 labour productivity per hour worked increased by 0,9% in the euro area, whereas it increased by 6,7% in the United States. [Banca Centrale Europea, Economic Bulletin — box «Labour productivity growth in the euro area and the United States: short and long-term developments», giugno 2024]
Un divario di sette volte in cinque anni non si recupera con un’iniezione di laureati STEM. Si recupera, semmai, ricostruendo l’apparato che sfrutta la ricerca su scala più ampia.
A ciò si aggiunge la frammentazione regolatoria. Il mercato unico europeo non esiste, di fatto, per i servizi finanziari, il diritto societario, il fallimento, la fiscalità del capitale di rischio. Una startup tedesca che vuole quotarsi si trova ad affrontare regole diverse da quelle di una startup francese. Un fondo VC che vuole investire cross-border paga frizioni che un fondo americano non affronta. I rapporti di Letta sul mercato unico (aprile 2024) e di Draghi sulla competitività (settembre 2024) convergono: senza Capital Markets Union, qualunque iniezione di liquidità si disperde e non raggiunge la scala e l’effetto desiderati.
3. L’azione è sottodimensionata di un fattore venti
Il rapporto Draghi ha esplicitato un numero: per chiudere il gap di competitività servono tra i €750 e gli €800 miliardi all’anno di investimento aggiuntivo, pari al 4,4-4,7% del PIL europeo. Le 383 raccomandazioni del rapporto riguardano il Capital Markets Union, la ricerca e l’innovazione, l’energia, la difesa e l’industria.
A un anno dalla pubblicazione, il Draghi Observatory & Implementation Index, lanciato a settembre 2025 dall’European Policy Innovation Council, riporta numeri preoccupanti:
Out of 383 recommendations, only 11,2% have been fully delivered. Even when partial progress is counted, the EU has reached just 31,4% of the Draghi agenda. The rest remains either “in progress” or untouched.
Implemented: 11,2% (43 measures) — Partially Implemented: 20,1% (77 measures) — In Progress: 46,0% (176 measures) — Not Implemented: 22,7% (87 measures).
La Commissione ha lanciato a gennaio 2025 il Competitiveness Compass — un quadro coerente, ma con risorse di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quelle proposte da Draghi. Lo Scaleup Europe Fund dell’European Innovation Council, annunciato dalla Presidente von der Leyen nel Discorso sullo Stato dell’Unione di settembre 2025, sarà presentato formalmente all’EIC Summit del 3 giugno 2026 con i primi investimenti previsti in autunno 2026: descritto come «multi-miliardo», è ancora in fase di costituzione. In parallelo, il bilancio annuale dell’EIC per il deep tech e le tecnologie strategiche nel 2025 si attesta su €1,4 miliardi: una cifra che, confrontata con l’ammontare del problema, ha un peso marginale.
La risposta politica europea esiste, è documentata e coerente con la diagnosi. È sottodimensionata di almeno un fattore 20.
4. L’Italia, e il PNRR come occasione mancata
In questo quadro, l’Italia parte da una posizione peggiore della media europea e aggiunge errori propri.
La spesa italiana in R&D è all’1,37% del PIL, ferma rispetto al 2022:
L’incidenza percentuale della spesa sul Pil, indicatore noto come intensità di ricerca e sviluppo, risulta pari all’1,37%, in linea con il 2022 (1,37%), e in diminuzione rispetto al 2021 (1,41%). [ISTAT, La ricerca e sviluppo in Italia – Anni 2023-2025, settembre 2025]
Sotto la media europea (2,11%) e ben al di sotto dell’obiettivo del 3% fissato al Consiglio europeo di Barcellona nel 2002, nell’ambito della Strategia di Lisbona lanciata due anni prima. La spesa pubblica per la ricerca e lo sviluppo (R&D) in Italia, in percentuale sul PIL, è tra le più basse tra i grandi paesi europei.
Il sistema italiano di venture capital è marginale. Lo quantifica il Barometro EY 2026:
Nel 2025 il mercato italiano del venture capital ha raggiunto 1.488 milioni di euro, +32% rispetto al 2024 [...] tutti i paesi citati consolidano valori di raccolta ben più alti rispetto all’Italia: Francia circa 6,3 miliardi di euro, Germania 6,6 miliardi di euro, Regno Unito 18,4 miliardi di euro e Spagna 2,6 miliardi di euro. [EY Venture Capital Barometer, gennaio 2026]
Un divario di oltre quattro volte rispetto alla Francia e alla Germania, e di oltre dodici volte rispetto al Regno Unito.
Sotto questo gap c’è una causa strutturale che il dibattito italiano tende a sottovalutare: la dimensione delle imprese. L’Italia ha imprese mediamente più piccole di quelle di chiunque in Europa — 3,9 addetti per impresa contro una media UE di 5,0. Le grandi imprese (oltre 250 addetti) sono solo lo 0,09% del totale italiano, contro lo 0,14% in Francia, lo 0,19% nella media UE, lo 0,48% in Germania — dove ce ne sono oltre cinque volte tante (ISTAT, Censimento Permanente delle Imprese; elaborazione Centro Studi Tagliacarne / Unioncamere su dati Eurostat).
Conta perché la R&D corporate la fanno le grandi imprese. ISTAT segnala che, pur rappresentando meno dello 0,1% del totale italiano, le grandi imprese coprono il 73,1% della spesa privata in R&D del Paese:
Le grandi imprese si confermano quindi il soggetto più importante nelle attività di R&S intra-muros, con circa 12,5 miliardi di spesa (pari al 73,1% della spesa complessivamente sostenuta dalle imprese) contro i 3,4 miliardi delle piccole e medie imprese (PMI). [ISTAT, La ricerca e sviluppo in Italia – Anni 2023-2025, settembre 2025]
Un tessuto fatto al 95% da microimprese con meno di dieci dipendenti non ha la massa critica per sostenere la ricerca privata su scala continentale, né per attrarre venture capital in cerca di aziende capaci di scalare fino a valutazioni da centinaia di milioni. Il sottodimensionamento del VC italiano è in larga parte il riflesso del sottodimensionamento delle imprese. E una solida catena di trasferimento tecnologico fra ricerca pubblica e industria non si costruisce su un tessuto produttivo privo di massa critica per assorbirla.
Su un quadro del genere, il PNRR avrebbe potuto rappresentare l’occasione per una correzione strutturale. Risorse straordinarie, scadenze precise, vincoli europei: le condizioni per spese di sistema anziché di mantenimento. Quello che è successo, almeno sulla Missione 4 Istruzione e Ricerca (€30,9 miliardi complessivi, di cui €11,4 miliardi sulla sola Componente 2 dedicata alla ricerca e al trasferimento tecnologico), è andato in larga parte nella direzione opposta. Il giudizio è severo perché i fatti lo sono.
Primo, la dispersione interna dei programmi. La Componente 2 della Missione 4 ha finanziato 5 Centri Nazionali (HPC e Quantum, Agritech, Terapia genica e farmaci RNA, Mobilità sostenibile, Biodiversità), 14 Partenariati Estesi e 11 Ecosistemi dell’Innovazione: non un numero abnorme di programmi. Il problema è dentro a ciascuno di essi: ogni Centro Nazionale coinvolge decine di soggetti tra atenei, CNR ed enti di ricerca; ogni Partenariato Esteso copre quasi tutta la geografia accademica italiana. Quando si distribuiscono risorse pubbliche su un perimetro così ampio per garantire equità territoriale e accademica, si rinuncia, in partenza, a concentrare una massa critica su un numero ristretto di assi competitivi internazionali.
Secondo, i criteri di valutazione mi sembrano premiare la capacità di spesa entro le scadenze più che l’impatto. Il sistema di reportistica MUR–Commissione si concentra sulle milestone di realizzazione e di rendicontazione finanziaria — quelle che il PNRR esige per non perdere fondi — più che sugli outcome di trasferimento tecnologico e di scalabilità delle ricerche finanziate. È una mia valutazione, non un dato pubblico: si basa sull’osservazione diretta dei programmi e sulla letteratura disponibile (rapporti dell’ANVUR, audit della Corte dei conti europea sul Recovery and Resilience Facility). Quello che manca, ad oggi, è un meccanismo trasparente di selettività ex post — quali centri stanno funzionando, quali no, quali meritano di entrare in regime ordinario al termine del PNRR.
Terzo, la sostenibilità. Le strutture create dal PNRR vivono di risorse a tempo limitato. Quando il PNRR finirà, nessuna di queste strutture avrà un modello di finanziamento ordinario che la mantenga in vita. Ne ho già scritto in Le strutture nate con il PNRR cercano una exit strategy (18 aprile 2026) — il rischio non è teorico: i direttori dei centri stanno cercando risorse per mantenerli in vita.
Quarto, e più grave, il mancato raccordo con il mondo industriale. Non è stata costruita una governance che mettesse in fila le filiere industriali italiane prioritarie, le competenze accademiche necessarie a quelle filiere e i meccanismi di mercato per portare i risultati in azienda. È stato fatto il contrario: i temi li ha definiti il mondo accademico, Bruxelles li ha approvati, l’industria è arrivata in coda — quando è arrivata.
Quinto, e trasversale a tutto il resto: manca la spinta della concorrenza. La R&D privata cresce dove le imprese sono costrette a innovare per sopravvivere; il venture capital fiorisce dove il rischio privato rende più della rendita; il trasferimento tecnologico funziona dove l’industria a valle è in competizione con qualcuno; e la ricerca pubblica migliora dove gli atenei competono per talenti, risorse e studenti, non dove le risorse vengono ripartite in quote per equilibrare la geografia accademica. In Italia molte filiere restano protette (servizi professionali, energia, distribuzione, credito, trasporti, concessioni pubbliche) e la stessa logica pervade il sistema universitario: il finanziamento ordinario premia poco la performance relativa tra atenei, i concorsi restano largamente locali, la mobilità di docenti e studenti è modesta rispetto ai benchmark europei, e le stesse scelte del PNRR (su tutte, i Centri Nazionali costruiti per associare quasi tutta la geografia accademica) hanno rinforzato la logica proporzionale invece di introdurre selezione. La rendita di posizione, nei mercati come negli atenei, riduce la pressione competitiva e, con essa, la domanda di innovazione. L’aumento della concorrenza e della competizione dovrebbe essere una lente attraverso cui si muove l’intera azione di governo, non un capitolo confinato alla legge annuale sulla concorrenza, quando c’è, ma un criterio trasversale che informa le politiche fiscali, industriali, del lavoro, della regolazione dei mercati e del finanziamento del sistema della ricerca. Senza quella pressione, ogni iniezione di risorse pubbliche trova un tessuto (industriale e accademico) che non ha bisogno di trasformarla su larga scala.
Il risultato atteso, quando i conti si chiuderanno entro la deadline UE di dicembre 2026, è prevedibile: l’Italia avrà speso decine di miliardi senza alterare la propria traiettoria strutturale. La R&D corporate sotto la media europea, il VC marginale, le università che continuano a formare talento per ecosistemi all’estero: i nostri laureati sono molto apprezzati all’estero, segno che il nostro sistema non produce solo mediocrità.
La domanda giusta
Tornando alla domanda di apertura: quanto è grande l’impatto delle università sulla competitività tecnologica di un paese?
La risposta è: tanto quanto è grande il sistema che le riceve. Un’università che produce ottima ricerca all’interno di un sistema senza venture capital, senza mercato dei capitali integrato, senza filiere industriali in cui le sue tecnologie possano scalare, forma personale qualificato per altri ecosistemi: una funzione pregevole ma di servizio, che, di per sé, non costituisce competitività tecnologica.
In Europa la leva decisiva è altrove rispetto alle università: nella mobilitazione dei €10 trilioni di depositi bancari delle famiglie europee che la Commissione, con l’iniziativa Savings and Investments Union, punta a canalizzare verso investimenti produttivi, nell’integrazione dei mercati finanziari, nella disciplina selettiva degli investimenti pubblici in innovazione e nell’apertura dei mercati e del sistema della ricerca alla concorrenza. In Italia, quella leva va affiancata a una correzione interna che il PNRR avrebbe potuto fare e che ha mancato: distribuendo risorse straordinarie secondo i criteri di ripartizione della spesa ordinaria, rinviando di un altro decennio la difficile conversazione sulla selettività e lasciando intatte le rendite di posizione (nei mercati e negli atenei) che frenano la domanda di innovazione.
Le università non possono fare tutto questo da sole. Stanno facendo la loro parte, quantomeno alcune ci provano. È necessario, dall’altra parte, un impegno che, allo stato dei fatti, non si riscontra.
Per approfondire
[1] Mario Draghi, The future of European competitiveness, European Commission, settembre 2024. https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en
[2] Enrico Letta, Much more than a Market, Consiglio Europeo, aprile 2024.
[3] European Policy Innovation Council (EPIC), Draghi Observatory & Implementation Index, settembre 2025 (aggiornato gennaio 2026). https://thinkepic.eu/draghi-observatory-implementation-index-only-1-in-10-measures-implemented/
[4] Banca Centrale Europea, Labour productivity growth in the euro area and the United States: short and long-term developments, Economic Bulletin Box, giugno 2024. https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/focus/2024/html/ecb.ebbox202406_01~9c8418b554.en.html
[5] Atomico, State of European Tech 2025. https://www.stateofeuropeantech.com/
[5b] Commissione Europea, Savings and Investments Union: better financial opportunities for EU citizens and businesses, comunicato del 19 marzo 2025. https://commission.europa.eu/news/savings-and-investments-union-better-financial-opportunities-eu-citizens-and-businesses-2025-03-19_en
[5c] European Innovation Council, Scaleup Europe Fund. https://eic.ec.europa.eu/eic-fund/scaleup-europe-fund_en
[5d] European Innovation Council, EIC to invest €1.4 billion in deep tech in 2025, 29 ottobre 2024. https://eic.ec.europa.eu/news/european-innovation-council-invest-eu14-billion-deep-tech-and-scale-strategic-technologies-2025-2024-10-29_en
[6] Commissione Europea (DG Connect), Spin-offs: Driving innovation across the EU-27, 25 febbraio 2025. https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/spin-offs-driving-innovation-across-eu-27
[6b] ISTAT, Censimento Permanente delle Imprese — primi risultati 2023. https://www.istat.it/comunicato-stampa/censimento-permanente-delle-imprese-2023-primi-risultati/
[6c] Centro Studi Tagliacarne / Unioncamere, elaborazioni sulla distribuzione dimensionale delle imprese europee (dati Eurostat). https://www.tagliacarne.it/
[7] QS World University Rankings 2027 — risultati (uscita 18 giugno 2026). https://www.qs.com/insights/qs-world-university-rankings
[8] Politecnico di Milano — comunicato QS 2027 (87° posto). https://www.polimi.it/en/the-politecnico/news/news-detail/qs-world-university-rankings-2027-polimi-ranked-87th-in-the-world-and-first-in-italy
[9] Sapienza Università di Roma — comunicato QS 2027 (111° posto, miglior risultato di sempre). https://www.uniroma1.it/it/notizia/qs-world-university-rankings-2027-sapienza-ottiene-il-miglior-risultato-di-sempre-111a-al
[10] Il Sole 24 Ore — QS University Rankings: Italia moves up, PoliMi 87th. https://en.ilsole24ore.com/art/qs-university-rankings-italia-moves-up-polimi-ranks-87th-in-the-world-AILiqAjD
[11] Times Higher Education — World University Rankings 2026: colliding forces. https://www.timeshighereducation.com/world-university-rankings/world-university-rankings-2026-colliding-forces
[12] ShanghaiRanking — Academic Ranking of World Universities 2025. https://www.shanghairanking.com/rankings/arwu/2025
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