Qualità senza uomo
Il vuoto che si nasconde dietro l'apparenza di troppi politici, manager e intellettuali.
Mi capita spesso di ascoltare persone (politici, manager, intellettuali) che parlano benissimo di tutto, con sicurezza e argomenti appropriati, e di accorgermi, a un certo punto, che dietro quelle parole non c’è niente, nessuno, il nulla. Le qualità sembrano esserci tutte, all’apparenza. Ma, nella sostanza, manca la persona. L’immagine è di Robert Musil: un secolo fa, nelle mille pagine di L’uomo senza qualità, scriveva una frase che descrive il nostro presente meglio di tante analisi di oggi.
È sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, e si può quasi immaginare che nel caso limite l’uomo non potrà più vivere nessuna esperienza privata, e il peso amico della responsabilità personale finirà per dissolversi in un sistema di formule di possibili significati.
“Qualità senza uomo”: l’espressione mi gira in testa da settimane, perché una volta che torna alla mente, la rivedi ovunque.
Conviene ricordare di cosa parla il libro. Vienna, 1913, alla vigilia della catastrofe che travolgerà l’impero austro-ungarico, lo stesso che Musil ribattezza con scherno “Kakania”. Un gruppo di notabili lancia l’“Azione Parallela”, una grande campagna patriottica per celebrare i settant’anni di regno di Francesco Giuseppe. Mesi di riunioni, di salotti, di discorsi altissimi sull’anima, sulla nazione, sul progresso. Risultato: nulla. La macchina gira a vuoto, mentre ciascuno insegue il proprio interesse: il generale Stumm vuole fondi per l’esercito, l’industriale Arnheim punta a comprare giacimenti petroliferi.
Il protagonista, Ulrich, è “l’uomo senza qualità” del titolo. Ma la sua mancanza di qualità è più ambigua di quanto sembri. Ulrich si è preso quello che chiama un “congedo dalla vita”: un anno in cui rifiuta di irrigidirsi in una professione, in un carattere, in una stabilità, perché in ciascuna di queste forme vede già la “carcassa” che gli sopravvivrà. Tiene aperto quello che Musil chiama il senso della possibilità (la capacità di pensare le cose come potrebbero essere e non solo come sono), perché sospetta che ridursi a una forma definita sia un modo prematuro di morire. Una condizione che, scrive Musil, capita di scoprire in sé:
E poiché possedere delle qualità presuppone una certa soddisfazione di constatarle reali, è lecito prevedere come a uno cui manchi il senso della realtà anche nei confronti di se stesso possa un bel giorno capitare di scoprire in sé un uomo senza qualità.
Più che un eroe in fuga o un nichilista lucido, Ulrich è qualcuno che cerca, sperimentalmente, un modo giusto di vivere. Persino le qualità che possiede non le sente sue:
Ha ingegno, volontà, spregiudicatezza, coraggio, perseveranza, slancio e prudenza […] diciamo che possiede tutte queste qualità. Eppure non le possiede! Esse hanno fatto di lui quello che è, e hanno segnato il suo cammino, ma non gli appartengono.
Se Ulrich porta dentro di sé questa condizione con una buona dose di consapevolezza, Arnheim la trasforma in una posa. Arnheim, il grande industriale-intellettuale che Musil modella su Walther Rathenau, è il “grande uomo” per eccellenza: la sintesi perfetta di denaro e spirito, capace di parlare di economia e di anima nella stessa frase, ammirato da tutti. Ma la sua è una sintesi falsa. Dietro la facciata c'è un affare sul petrolio, e la profondità che mostra è una recita. Accanto a lui c’è Diotima, che trasforma il salotto in una fucina di idee sublimi e inconcludenti. È proprio questa doppiezza che Musil prende di mira.
Non ho difficoltà a riconoscere questi tratti in tante persone che incontro. Il leader che ha un’opinione tagliente su tutto e una profonda convinzione su nulla. Il politico che recita la parte necessaria per conquistare un po’ di consenso facile. Il manager che parla con slide e citazioni motivazionali, ma che non ha mai preso davvero una decisione scomoda e che nella vita quotidiana si comporta in modo opposto a ciò che predica. L’intellettuale che presta la firma a ogni causa giusta senza rischiare mai nulla in proprio. Sono tutti, in piccolo, degli Arnheim: “grandi” uomini portatori di una sintesi che, in realtà, non pensano, non possiedono, non vivono.
Quasi vent’anni fa, sul mio vecchio blog, citavo la battuta di Al Capone in Gli intoccabili: “Sei solo chiacchiere e distintivo.” La trovavo perfetta per descrivere tanta gente, tutta apparenza e niente sostanza. Musil mi dà qualcosa di più preciso e inquietante perché non parla soltanto di qualche impostore. La condizione che descrive ci riguarda tutti: un “uomo senza qualità”, come ricordavo, finisce per consistere in “qualità senza uomo”. Le opinioni, gli sdegni, le competenze circolano staccati dalla persona che dovrebbe garantirli. Lo sdegno che esprimo è ancora il mio o me l’ha messo in bocca qualcun altro? Musil se lo chiedeva un secolo fa.
Aprite un social e guardate il comportamento di tante persone: posizioni che esprimono un’appartenenza prima che una convinzione.
C’è qualcosa di salutare, allora, in chi esita a indossare le proprie qualità come un distintivo e preferisce restare incerto piuttosto che ridursi a una posa.
Musil non ha finito il romanzo: morì nel 1942 lasciando Ulrich a metà strada. Ma il punto, per noi, resta. Un uomo senza qualità come Ulrich, almeno, resta presente a se stesso. A preoccuparmi sono le qualità senza uomo: la competenza, lo sdegno, la cultura che continuano a circolare anche quando dietro non c’è nulla che le renda realmente vissute e sincere.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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