Ho letto Patrimonio in un periodo in cui certe pagine fanno più male. Mio padre se n’era andato da poco, dopo una malattia lunga e difficile, e qualcuno me lo consigliò. Ho capito subito perché.
Roth lo scrisse nel 1991, dopo la morte del padre Herman. Il libro parla di un anziano con un tumore al cervello, negli ultimi mesi di vita, e del figlio che lo assiste. È un libro sulla cura: sull’intimità brutale e tenera che si crea quando un figlio si ritrova a fare per il padre ciò che il padre ha fatto per lui da bambino.
Roth non idealizza suo padre. Herman è testardo, orgoglioso come sanno esserlo certi uomini della sua generazione, a volte difficile. Ed è questa concretezza a rendere il ritratto commovente, un uomo vero, dipinto da un figlio che lo ama senza abbellirlo.
Leggevo e pensavo a mio padre. Alla sua malattia, agli ultimi mesi. Ogni libro parla di noi se lo incontriamo nel momento giusto. Patrimonio mi ha parlato con una voce che non ho dimenticato.
Il patrimonio non è quello materiale, anche se Roth ci riflette con ironia e affetto. È quello che un padre lascia in un figlio: una maniera di stare al mondo, un’etica, una voce che continua a parlare.
La sua l’ho ancora dentro.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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