Non si può essere milanisti e interisti allo stesso tempo
Conflitto di interessi e trasformismo: due nomi per lo stesso peccato mortale.
Stradella, Agostino Depretis si presenta agli elettori del suo collegio elettorale e si dichiara pronto ad accogliere chiunque sia disposto a “trasformarsi” ed entrare nella sua maggioranza. Da quel discorso entra nel vocabolario politico italiano una parola difficile da dimenticare: trasformismo. Oggi è ancora una delle parole con cui descriviamo e stigmatizziamo comportamenti che dovrebbero essere considerati negativi e che, invece, vengono spesso tollerati e, in alcuni casi, persino giustificati.
Due facce della stessa medaglia
Sono due le forme in cui si è “milanista e interista allo stesso tempo”. La prima è semplice. Certi ruoli si escludono per natura: chi controlla non può essere controllato; chi decide non può essere il primo beneficiario della propria decisione, né può aver scritto la norma per il proprio caso; non si può lavorare per una struttura e, contemporaneamente, per un concorrente. Eppure queste cose accadono e spesso si fa finta di non vederle.
Nel dibattito italiano chi solleva questo problema diventa il guastafeste, l’invidioso, il rompiscatole. Il potere funziona come una licenza implicita: se sei abbastanza in alto, le incompatibilità diventano rumore per chi non capisce. La sensibilità collettiva si accende solo di fronte agli scandali, quando i fatti sono troppo gravi per essere ignorati. Poi si spegne di nuovo.
Le istituzioni e le imprese scrivono codici etici con cura, li illustrano ai nuovi arrivati e poi li lasciano cadere quando il caso si fa scomodo. Usiamo o meno la lente a seconda di chi guardiamo.
La metafora calcistica dice, in modo brutale, ciò che il dibattito pubblico non riesce più a esprimere. Certi ruoli si escludono per natura. Fingere che non sia così è una decisione consapevole e comporta un costo. È la prima forma di disonestà, quella che precede tutte le altre.
Una maglia oggi, l’altra domani
La seconda lettura racconta una storia altrettanto antica. Due maglie indossate in sequenza, una dopo l’altra. Ieri di qua, oggi di là, senza spiegazioni. E nessuno fa una piega. Molti chiamano questa abilità “capacità di adattamento” o “pragmatismo”. L’espressione esatta è una sola: squallido opportunismo.
Il trasformismo di Depretis era anzitutto un metodo di governo, prima che un’inclinazione personale: assorbire gli avversari svuotandone le posizioni, governare al centro, spostandosi al bisogno a destra o a sinistra. Depretis fece la sua mossa verso i moderati di Minghetti, ma il metodo non ha preferenze di parte. Gramsci userà l’espressione “strategia di neutralizzazione”. La versione contemporanea che vediamo è meno raffinata e più personale. Il dirigente che cambia casacca quando più conviene, l’intellettuale che ridefinisce le proprie posizioni a seconda del pubblico che ha davanti, l’esperto che ieri certificava una tesi e oggi la sua contraria. E i media che certificano la metamorfosi come “evoluzione”, “maturazione”, “capacità di lettura del tempo”.
Cambiare opinione è legittimo, talvolta necessario, ma solo quando lo si fa con consapevolezza, lo si argomenta, si spiegano i motivi, si confronta la posizione vecchia con quella nuova, si accetta che qualcuno ricordi la differenza. Il cambiamento autentico è rumoroso. Il trasformismo è silenzioso. Si presenta come una naturale evoluzione, ma è una sostituzione di convenienza. Ogni volta che lo chiamiamo “pragmatismo” gli regaliamo una dignità che non merita.
Lo stesso virus
Le due letture si toccano. Sembrano parlare di cose diverse (un soggetto con due ruoli simultanei, un soggetto che cambia ruolo nel tempo), ma in realtà svolgono la stessa operazione. Liberano la persona dal vincolo che la posizione comporta. Trasformano l’appartenenza in un accessorio da indossare e togliere a seconda della temperatura. Il filo comune è la dissoluzione della categoria della coerenza, intesa come qualcosa che vincola e qualifica.
In entrambi i casi, una volta accettata la mossa, cambiamo il vocabolario per giustificarla. Il conflitto di interessi diventa “sovrapposizione di esperienze”, il cambio di posizione diventa “maturazione”, la doppia appartenenza diventa “competenza trasversale” o “sinergie”. Rinunciamo al vero significato delle parole e i fatti si adeguano di conseguenza.
Il termine “trasformismo” ha quasi un secolo e mezzo. Abbiamo avuto tutto il tempo per dargli un nome e imparare a non riconoscerlo. Dovremmo smettere di chiamare furbizia ciò che è squallore.
Nessuno è puro, e la purezza non è la posta in gioco. La posta in gioco è più ragionevole: una maglia per volta; i cambi di maglia argomentati; quando i ruoli si escludono, sceglierne uno. Se non lo facciamo e lo diciamo noi, non lo farà nessuno al nostro posto. E i milanisti-interisti continueranno a giocare in entrambe le squadre, presentandosi come pragmatici e moderni.
Questo post è stato scritto con l’assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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