Grazie per l'analisi, Alfonso. Aggiungo una riga da project manager che ha lavorato per anni su progetti di cooperazione allo sviluppo e sull'antico FP6, perché il pattern che descrivi sui centri PNRR lo riconosco con un fastidio quasi nostalgico.
La diagnosi non è nuova fuori dai nostri confini. La Corte dei conti UE, giusto a dicembre 2025, ha scritto che i piani "post-LIFE" pensati per dare continuità ai risultati dopo la chiusura dei finanziamenti appaiono fragili e poco strutturati. Formula quasi sovrapponibile al tuo pezzo.
Il problema di fondo, parlando fuori dai denti, è che il sistema premia la progettazione e la rendicontazione molto più dell'uso di quello che si produce. La carriera di un PM si misura sul prossimo bando vinto più che sull'impatto reale di quello che sta chiudendo, e lo stesso vale per l'ente ospitante. Gli incentivi si concentrano sulla fase iniziale e su quella finale, il "dopo" diventa terra di nessuno, e non stupisce che nessuno lo progetti davvero. La sostenibilità dovrebbe essere un criterio di ammissione al finanziamento, non un capitolo del report conclusivo scritto la settimana prima della deadline.
Nella cooperazione internazionale il nodo si fa più crudele, perché costruisci un servizio in un contesto che non ha la capacità economica di assorbirlo o replicarlo, e quando il finanziamento finisce finisce tutto, senza che sia colpa di nessuno in particolare. La domanda "e poi?" viene rinviata fino a diventare retorica.
Grazie per l'analisi, Alfonso. Aggiungo una riga da project manager che ha lavorato per anni su progetti di cooperazione allo sviluppo e sull'antico FP6, perché il pattern che descrivi sui centri PNRR lo riconosco con un fastidio quasi nostalgico.
La diagnosi non è nuova fuori dai nostri confini. La Corte dei conti UE, giusto a dicembre 2025, ha scritto che i piani "post-LIFE" pensati per dare continuità ai risultati dopo la chiusura dei finanziamenti appaiono fragili e poco strutturati. Formula quasi sovrapponibile al tuo pezzo.
Il problema di fondo, parlando fuori dai denti, è che il sistema premia la progettazione e la rendicontazione molto più dell'uso di quello che si produce. La carriera di un PM si misura sul prossimo bando vinto più che sull'impatto reale di quello che sta chiudendo, e lo stesso vale per l'ente ospitante. Gli incentivi si concentrano sulla fase iniziale e su quella finale, il "dopo" diventa terra di nessuno, e non stupisce che nessuno lo progetti davvero. La sostenibilità dovrebbe essere un criterio di ammissione al finanziamento, non un capitolo del report conclusivo scritto la settimana prima della deadline.
Nella cooperazione internazionale il nodo si fa più crudele, perché costruisci un servizio in un contesto che non ha la capacità economica di assorbirlo o replicarlo, e quando il finanziamento finisce finisce tutto, senza che sia colpa di nessuno in particolare. La domanda "e poi?" viene rinviata fino a diventare retorica.