Il valore del nulla
Viviamo in un’epoca che premia le parole, celebra le inaugurazioni e coltiva le apparenze. I fatti possono aspettare.
Nel tempo si è radicata una convinzione perniciosa: la metrica per misurare il valore di un’idea, di una persona, di un progetto sarebbe il consenso che riesce a raccogliere. Algoritmi, carriere, reputazioni, politiche pubbliche e strategie aziendali si organizzano attorno a questa unità di misura. Chi raccoglie consenso ha ragione. Chi vende visioni del futuro vince. Chi annuncia con la giusta enfasi ha già realizzato.
Il like ha reso visibile, misurabile e monetizzabile qualcosa che esisteva da molto prima: la tendenza a dare più peso all’immagine che ai fatti, alle parole che alle prove, all’apparenza che alla sostanza. I social media sono la forma più recente di un meccanismo antico. Questa epoca è la conseguenza di una sostituzione che abbiamo accettato da tempo, spesso senza accorgercene.
Ci cibiamo di parole
Abbiamo imparato a trattare la parola come un fatto. Chi usa il tono giusto, le metafore appropriate, il vocabolario dell’autorevolezza ha già metà della partita vinta. Basta che le parole suonino come se ci fosse qualcosa di concreto; l’importante è che siano suadenti, capaci di catturare l’immaginario, le speranze, i sogni e i bisogni delle persone. Anche se poi ci si accorge che accade proprio quanto evocato da un film e da un romanzo di qualche decennio fa: “sotto il vestito, niente”.
In politica, l’annuncio ha sostituito la realizzazione da così tanto tempo che nessuno sembra più notare la differenza. In azienda, il piano strategico presentato con le slide giuste raccoglie applausi prima ancora che qualcuno verifichi se regge al contatto con la realtà. Nelle relazioni personali e professionali, le dichiarazioni di stima, di vicinanza, di solidarietà vengono scambiate per comportamenti sinceri.
Il problema è che abbiamo smesso di pretendere i fatti come prova. Abbiamo abbassato l’asticella fino al punto in cui la parola, anche quando è vaga, anche quando è contraddittoria, anche quando è stata smentita cento volte, mantiene un peso che i fatti faticano a scalfire. Ci cibiamo di parole e le trattiamo come nutrimento. Spesso non sono altro che il nulla.
Inauguriamo, non manteniamo
Il primato dell’immagine si manifesta con la massima chiarezza nell’inaugurazione. Il taglio del nastro, la foto di rito, il discorso celebrativo, l’articolo sul giornale. Tutti presenti, tutti entusiasti, tutti pronti a rivendicare una parte del merito.
Poi vengono gli anni, il lavoro ordinario, ripetitivo, invisibile che tiene in piedi ciò che è stato costruito. Nessuno fotografa un’ispezione. Nessuno scrive un comunicato stampa per dire che i cavi sono stati verificati, che le fondamenta reggono, che il sistema funziona ancora perché qualcuno ci ha lavorato in silenzio. La manutenzione non produce immagine, non si presta alla celebrazione, non genera applausi. Di conseguenza viene rinviata, tagliata, sacrificata quando servono risorse da spostare su qualcosa che si vede, che si inaugura, che si annuncia.
Questo vale per le infrastrutture fisiche, ma vale anche per le organizzazioni, le istituzioni, qualsiasi sistema complesso. Costruire è visibile, mantenere è invisibile. In un’epoca che misura il valore in base al consenso, l’invisibile non rientra nella contabilità del successo.
Premiamo l’apparenza, non la competizione
Il merito ha senso quando c’è una prova, dove si compete, dove esistono alternative e il risultato viene confrontato con uno standard esterno. Là dove non c’è confronto, il merito perde la misura.
Molte opere presentate come conquiste sono state realizzate con fondi pubblici, senza concorrenza e senza una valutazione delle alternative. La narrazione celebrativa fa il resto. Nessuno ha potuto valutare se quel progetto fosse il migliore possibile con quelle risorse, perché non c’era nessun altro che si candidasse. Il successo coincide con la dichiarazione di intenti. Il termine “merito” si applica per inerzia.
Il minimo, in questi casi, dovrebbe essere non sprecare. Spesso non è vero nemmeno quello. Eppure il linguaggio del merito e della capacità accompagna l’opera in ogni passaggio: dall’annuncio iniziale alla narrazione retrospettiva. Si raccolgono applausi per qualcosa che non è mai stato messo alla prova.
Curiamo le relazioni, non la lealtà
La stessa logica permea le relazioni umane. Siamo diventati abili a curarle nella forma: presenti agli eventi giusti, “di moda”, puntuali nei messaggi di auguri, visibili nelle espressioni pubbliche di solidarietà. Il networking è diventato una competenza professionale riconosciuta, qualcosa che si insegna e si certifica.
La lealtà è altra cosa. Si misura quando essere presenti e testimoniare costa: quando difendere qualcuno significa esporsi, quando mantenere una promessa è scomodo, quando essere onesti richiede di dire cose che l’altro non vuole sentire. La lealtà si manifesta nei momenti in cui sarebbe più conveniente fare altrimenti.
Accade troppo spesso che persone che curano con attenzione l’immagine di una relazione spariscano o si trovino dall’altra parte proprio nel momento in cui quella relazione richiede qualcosa di concreto. Raramente è ipocrisia consapevole. È il risultato di una cultura che ha insegnato a dare valore alla forma, alle parole, ai gesti pubblici dei legami, ai piccoli interessi più che ai comportamenti su cui quei legami si reggono o crollano.
Quando abbiamo deciso che bastava apparire?
Mi chiedo quando tutto questo è divenuto un fatto acclarato e accettato. Non c’è stato un momento preciso, né una scelta collettiva consapevole. Uno scivolamento graduale, silenzioso, come l’erosione di un argine che nessuno osserva finché non crolla e le acque sommergono gli spazi circostanti.
Quando abbiamo deciso che un annuncio vale quanto una realizzazione, che una dichiarazione di intenti sostituisce i comportamenti, che l’immagine di una relazione equivale alla relazione?
Quello che osservo è che premiamo le parole senza i fatti, le inaugurazioni senza la manutenzione, le conquiste senza la competizione, le relazioni senza la lealtà. Il like è solo il modo più recente ed efficiente che abbiamo trovato per farlo.
La domanda rimane aperta, come tutte quelle a cui spesso preferiamo non rispondere.
Questo post è stato scritto con l'assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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