Il problema non è la mancanza di soldi
Avevamo le risorse. Le abbiamo spese male..
Ho assistito a queste discussioni per molto tempo. Mi sono illuso che, con il ragionamento, ci potesse essere un cambio di passo. Mi accorgo che è praticamente una “mission impossible”. Ma voglio provare ancora una volta a parlarne.
Nel 2021, l’Italia ricevette un’assegnazione PNRR per un valore senza pari nella storia degli interventi straordinari nel nostro Paese: 194,4 miliardi di euro, cui si aggiunsero 30,6 miliardi del Piano Nazionale Complementare (poi ridotti a 27,5 miliardi nelle successive rimodulazioni). Circa 220 miliardi in cinque anni. Una cifra che avrebbe dovuto, almeno secondo le intenzioni dichiarate, “riparare i danni economici della pandemia e costruire un’Italia nuova”.
Siamo nel 2026. I soldi sono in gran parte stati assegnati, in parte già erogati, in parte ancora da spendere nella corsa contro il tempo (scadenza 30 giugno 2026) per il completamento materiale dei progetti, con rendicontazione finale entro il 31 agosto. Il dibattito politico è dominato da una domanda: si riuscirà a “spendere tutti i fondi”? Come se l’obiettivo fosse la spesa, non la trasformazione. È un male diffuso: quante volte si sente dire, anche nelle imprese, “Dobbiamo spendere per non perdere i soldi a budget”?
Nel 2021, quando il piano era ancora in fase di definizione, scrissi che il PNRR rischiava di ripetere gli errori del passato. Nel 2024, scrissi che, nella sua impostazione, era “semplicemente disastroso” come strumento per finanziare ricerca e innovazione — non stabile, non focalizzato, non finalizzato, non competitivo. Non mi piace avere ragione in questo modo.
Ma c’è una questione più profonda che emerge da questa vicenda e riguarda non solo, e non tanto, il PNRR, quanto il modo in cui l’Italia, da decenni, gestisce le risorse disponibili.
La narrazione dell’austerità
“Non ci sono i soldi.” È la frase che sento ripetere più spesso quando si parla di università, ricerca, infrastrutture digitali, formazione professionale, innovazione e sviluppo economico (e non solo). La narrazione è diventata così radicata da fungere da chiusura di ogni discussione: si vorrebbe fare di più, ma i vincoli di bilancio non lo consentono.
Il problema è che questa narrazione non regge all’esame dei fatti.
L’Italia non è solo il paese che ha ricevuto la quota in valore assoluto più elevata del PNRR, ma è anche il paese che, storicamente, spende i fondi strutturali europei in ritardo e con bassa qualità progettuale — a metà del ciclo 2014–2020 aveva utilizzato meno del 40%, uno dei tassi più bassi dell’UE. I miliardi che, a vario titolo, abbiamo speso per iniziative opinabili avrebbero potuto finanziare la trasformazione del Mezzogiorno, la modernizzazione della PA, il risanamento degli edifici scolastici, il rafforzamento della ricerca e dell’innovazione o interventi sul dissesto idrogeologico. I fondi c’erano; gli investimenti strutturali non si sono visti se non raramente e in modo estemporaneo, o per le intuizioni del singolo amministratore e non per una volontà politica coesa e solida nel tempo.
Quello che si è visto è la (ri)distribuzione. Il Superbonus 110% — una misura introdotta con logiche in parte sovrapponibili a quelle del PNRR — ha assorbito oltre 120 miliardi, quattro volte la stima iniziale di 35 miliardi. Prevalentemente per ristrutturazioni edilizie private. Non una politica di trasformazione strutturale per lo sviluppo del Paese, bensì una politica volta alla raccolta del consenso. Un trasferimento di risorse enormi, con un effetto sul PIL a breve termine e quasi nessun impatto sulla produttività, sull’innovazione e sulla competitività futura del Paese.
La scelta che non viene nominata
Ogni volta che l’Italia ha avuto risorse disponibili — fondi europei, stanziamenti straordinari, piani pluriennali — ha compiuto sistematicamente la stessa scelta: distribuire piuttosto che investire, gestire il consenso immediato piuttosto che costruire capacità per il futuro, rispondere alle emergenze del momento piuttosto che agire per prevenirle. So di estremizzare e di esagerare, ma è necessario farlo per rendere l’idea dell’atteggiamento di massima a cui assistiamo da decenni. E non è una critica a un governo specifico né a uno schieramento politico: è una diagnosi che attraversa decenni di classe dirigente.
La logica politica è comprensibile, anche se non giustificabile. I cicli elettorali sono brevi; i risultati degli investimenti strutturali sono lunghi; il consenso si costruisce sul tangibile e sull’immediato. Investire seriamente nella ricerca universitaria, per esempio, produce effetti in dieci anni, non in dieci mesi. Riformare la PA digitalmente richiede anni e anni di lavoro ostinato, di change management, di resistenze da superare. Quello che genera consenso immediato è il bonus, il sussidio, l’emergenza affrontata con uno stanziamento straordinario, il titolo di giornale che recita “stanziati X miliardi per Y”. Non importa poi come vengano spesi.
Il problema non è l’austerità
La narrazione dell’austerità — con il suo corollario della “cattiva Europa” che imporrebbe vincoli “insensati” — riemerge ogni volta che si vuole giustificare una scelta politica che, in realtà, ha altri driver. Gli economisti discutono ancora se in Italia vi sia davvero stata l’austerità e in che misura. Ma la funzione retorica di quella narrazione è chiara: spostare l’attenzione dalle scelte allocative ai vincoli — veri o presunti — entro i quali sarebbero state compiute.
L’alibi dell’austerità non spiega il Superbonus. Non spiega i fondi europei rimandati al mittente o spesi senza criteri. Non spiega il PNRR senza una strategia industriale coerente. Non spiega vent’anni di promesse sulla digitalizzazione della PA. Non spiega perché la quota del PIL destinata alla ricerca e allo sviluppo sia tanto bassa (l'Italia investe l'1,33% del PIL, contro una media UE del 2,2% e OCSE del 2,8%): non è una questione di risorse disponibili, ma di priorità politica.
Il problema dell’Italia non è che manchino i soldi. Il problema è che, quando i soldi ci sono, vengono usati per comprare consenso, gestire l’emergenza del momento e tenere insieme la coalizione di turno. Mai per costruire il futuro.
Altri paesi hanno gestito fondi analoghi con una qualità progettuale superiore. Non era una questione di volumi: era una questione di scelte.
Risorse straordinarie, scopi straordinari
C’è un secondo errore, più sottile della scelta distributiva, che ho analizzato nei post dedicati al PNRR su questa pubblicazione poche settimane fa — Le strutture nate con il PNRR cercano una exit strategy e Un piano straordinario per spese ordinarie, entrambi di aprile. Anche quando si decide di investire, non basta farlo, bisogna farlo bene: le risorse straordinarie devono servire scopi straordinari.
Una risorsa una tantum di proporzioni eccezionali ha senso quando finanzia qualcosa che la spesa ordinaria non potrebbe acquistare: un’infrastruttura di ricerca da decine di milioni, un cluster di supercalcolo, una riforma strutturale della pubblica amministrazione. Cose che, una volta costruite, restano. Quando invece le risorse straordinarie servono ad amplificare temporaneamente attività che il sistema ordinario finanzia già — borse di dottorato, contratti a termine, bandi secondo le modalità di sempre ma con dieci volte i soldi — il risultato è un rigonfiamento che si sgonfia appena finiscono i fondi. Tra il 2025 e il 2026, oltre 35.000 contratti precari nel sistema universitario sono in scadenza; il piano di stabilizzazione del MUR ne copre meno di duemila.
Questa è la patologia specifica del PNRR italiano, oltre la scelta distributiva: l’assenza di una riflessione sulla sostenibilità nel tempo e sulla finalizzazione delle risorse straordinarie. Un piano davvero straordinario avrebbe scelto poche cose, le avrebbe rese permanenti e avrebbe lasciato che il sistema rispondesse al resto con i suoi strumenti ordinari. Invece si è amplificato l’ordinario su scala straordinaria. Le infrastrutture fisiche restano — è un guadagno reale. Ma migliaia di persone formate con fondi pubblici restano senza sbocco. Le Fondazioni Hub stanno cercando un’exit strategy. Il bilancio strutturale del Paese è esattamente quello di prima.
Cosa cambierebbe se cambiassimo la domanda
Dovremmo smettere di chiederci “dove trovare i soldi” e cominciare a chiederci “come spendiamo quelli che abbiamo”. Cambierebbe il modo in cui valutiamo i governi — non sulla capacità di reperire risorse, ma sulla qualità della loro allocazione. Cambierebbe persino il modo in cui pensiamo all’università e alla ricerca: non come a spese da contenere, ma come investimenti il cui rendimento si misura in decenni.
Richiederebbe anche una cultura politica disposta a rinunciare al consenso di breve periodo. A spiegare ai cittadini che i soldi del PNRR non sono aiuti a fondo perduto da riscuotere, ma un debito che verrà restituito — e che il problema non è incassare la rata, ma trasformare davvero il Paese.
Non so se questa cultura sia disponibile. Non vedo molti segnali.
Torniamo al PNRR
La scadenza di giugno 2026 si avvicina. Il dibattito ruota attorno alla corsa per “prendere i soldi”. Non sulla qualità degli investimenti; non su ciò che rimarrà di questo piano tra dieci anni; non su quante imprese avranno davvero aumentato la produttività, quante PA avranno davvero cambiato i loro processi, quanta ricerca si sarà trasformata in innovazione.
Il PNRR è stato un’opportunità straordinaria. Non è la prima che l’Italia ha avuto e, sperabilmente, non sarà l’ultima. Come le precedenti, rischia di essere ricordato come un’ennesima distribuzione di risorse senza alcuna trasformazione strutturale.
E non perché mancassero i soldi.
Fonti
Cifra PNRR (194,4 mld) e Piano Nazionale Complementare (30,6 mld originari, poi ridotti a 27,5): Camera dei Deputati — PNRR; Italia Domani — Quadro finanziario PNRR.
Scadenze PNRR (30 giugno 2026 per il completamento materiale, 31 agosto per la rendicontazione finale): Openpnrr — Scadenze.
Confronto storico con interventi straordinari precedenti (Cassa per il Mezzogiorno, Piano Marshall): Wikipedia — Cassa del Mezzogiorno; Corte dei Conti — Riformare l’intervento straordinario.
Tassi di assorbimento dei fondi strutturali UE nel ciclo 2014–2020 (sotto il 40% a metà ciclo): OCPI Cattolica — Fondi strutturali.
Costo Superbonus 110% (oltre 120 miliardi, contro una stima iniziale di 35): OCPI Cattolica — Effetti del Superbonus.
Quota PIL Italia in R&S (1,33%) e confronto con media UE (2,2%) e OCSE (2,8%): ISTAT — Ricerca e sviluppo in Italia; Eurostat — EU R&D spending; OCPI Cattolica — Divario R&S Italia-OCSE.
Sostenibilità delle strutture PNRR e finalizzazione delle risorse straordinarie: Le strutture nate con il PNRR cercano una exit strategy (A bassa voce, aprile 2026); Un piano straordinario per spese ordinarie (A bassa voce, aprile 2026).
Dato 35.000 contratti precari in scadenza nel sistema universitario 2025–2026: Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (ADI), analisi sul reclutamento universitario, gennaio 2026 — citata in Un piano straordinario per spese ordinarie (A bassa voce).
Questo post è stato scritto con l'assistenza di Claude. Le idee, le posizioni e il ragionamento sono miei.
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Ottime considerazioni! Leggo sempre con interesse i suoi pensieri 🙋♂️👋
Ed in più, una gran parte di quei soldi sono "prestiti", vanno restituiti.
Quindi o abbiamo fatto investimenti che generano flussi nuovi ( più ricavi o più efficienze) oppure ... siamo alle solite, ben riassunte da Alfonso.