Hermann Hesse — Il giuoco delle perle di vetro
Un maestro che lascia l'accademia e va nel mondo. Un'immagine che mi sfida ed emoziona da decenni.
Lessi Il giuoco delle perle di vetro moltissimi anni fa, credo fossi all’università. Da allora lo riprendo periodicamente, a distanza di anni, e ogni volta mi cattura in modo diverso. È un libro che mi affascina e mi conquista, con un’emozione sempre unica.
Hesse lo scrisse durante la seconda guerra mondiale e fu pubblicato nel 1943. È la sua opera più lunga e ambiziosa. Racconta di un futuro lontano, in una provincia chiamata Castalia, dove un’élite intellettuale vive separata dal mondo, in una sorta di monastero laico del sapere. Al centro c’è il Giuoco delle Perle di Vetro: una disciplina che sintetizza matematica, musica, storia e filosofia in un linguaggio formale di suprema eleganza.
Josef Knecht ne è il Magister Ludi — il maestro del Giuoco, il grado più alto di Castalia. Al culmine della sua carriera, Knecht scrive una lettera alla Direzione e se ne va: lascia tutto perché sente che Castalia si è chiusa in sé stessa, lontana dalla vita vera. Si rende conto che un’eccellenza coltivata lontano dal mondo rischia di risultare sterile. Vuole tornare tra gli uomini, insegnare a un ragazzo, vivere la vita delle persone. Morirà in un lago di montagna, gelido, cercando di tenere il passo con il giovane Tito, che si è tuffato all’alba.
Spero di non apparire troppo presuntuoso se dico che quando rileggo la vita di Knecht e, soprattutto, quello che scrive nella sua lettera prima di lasciare Castalia, rivivo, nel mio piccolo, le mie esperienze ed emozioni di questi anni.
In quella lettera con cui annuncia le sue dimissioni, c’è un particolare che non dimentico mai. Hesse inserisce un passaggio che porto con me da decenni:
"Vigliacco chi si sottrae alle fatiche, ai sacrifici e ai pericoli che il suo popolo deve affrontare, ma non meno vigliacco e traditore chi vien meno ai princìpi della vita spirituale per amore di interessi materiali, chi, per esempio, è disposto a lasciare ai potenti la decisione su quanto faccia due per due. Sacrificare il senso della verità, l'onestà intellettuale, l'osservanza delle leggi e dei metodi dello spirito a qualunque altro credo, anche a quello patriottico, è tradimento..."
Sembra una difesa della scienza contro il potere. Invece, è soprattutto l’affermazione di un valore umano e professionale, l’impegno nella ricerca e nella testimonianza della verità, il culto dell’onestà intellettuale, anche quando dispiace, anche a costo di perdere qualcosa, anche quando chi ti sta davanti preferirebbe sentire altro.
Ho riletto quella lettera molte volte. La rileggo ancora e, ogni volta, mi commuove e mi entusiasma.
Disclaimer: questo post è stato realizzato con il supporto di Claude.
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Lettura adolescenziale direi estiva che mi hai indotto a riprendere non ricordavo la lettera. Ne trovo un analogo moderno letterariamente assai meno nobile ma concettualmente molto simile nel discorso alle matricole del caltech di Feyman del 1974 che uso spesso parlando a giovani virgulti magari tecnoentusiasti. Lo agevolo per comodità
https://calteches.library.caltech.edu/51/2/CargoCult.htm