Ho letto di questo libro su una rivista americana, l’ho ordinato e la lettura mi ha colpito molto. Come tanti libri americani, è molto “articolato”, a tratti prolisso. Mai come in questo caso mi è venuta voglia di farmi un bigino con GenAI. Ma questa prolissità è anche il segno della profondità del lavoro dell’autore.
La tesi centrale è che, nei venticinque anni di questo secolo, la produzione culturale sia complessivamente più povera rispetto ai decenni precedenti, dagli anni Sessanta in poi. Secondo l’autore la responsabilità sta nell’affermarsi di cinque dinamiche:
Omnivorismo: crollo della distinzione tra alta e bassa cultura.
Poptimismo: la popolarità come criterio estetico supremo.
Eroismo imprenditoriale: l’artista-CEO come modello culturale.
Counter-counterculture: il reazionarismo come nuova avanguardia.
Digital norm evasion: la tecnologia come bypass morale.
Ne emerge l’idea di un “blank space”, uno spazio vuoto: un’epoca dominata da reboot, riciclaggi e mode virali, in cui la sperimentazione artistica radicale fatica a emergere perché la logica commerciale e la visibilità digitale schiacciano l’innovazione estetica.
Confesso che mi ci ritrovo. È un’impressione che ho sempre avuto a pelle, anche solo guardando a tre mondi: musica, cinema e moda. Sono cresciuto con il prog e il pop degli anni ’60–’70, con il cinema de Il padrino, Apocalypse Now, Star Wars, I predatori dell’arca perduta, Ritorno al futuro, Amarcord, Qualcuno volò sul nido del cuculo, e con i grandi stilisti italiani e una creatività che sembrava inesauribile (ricordate la foto qui su del 1985?).
Per capirci, quando uscì Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, la recensione apparsa su Ciao 2001, Numero 14 (8 aprile 1973) recitava:
Il risultato ancora una volta non dispiace, anzi a tratta entusiasma. Ma la ricerca della sensazione pura va a scapito della musica vera e propria: le emozioni sono soltanto momentanee, passeggere, nulla è radicalmente profondo.
[…]
Numerosi episodi sono di presa immediata, e non c’è dubbio che il LP sarà tra i più venduti anche in Italia nelle prossime settimane.
A leggere queste parole oggi viene da sorridere. Ciao 2001 era la nostra “bibbia” e allora quello che scrisse lo pensavamo in tanti. I Pink Floyd erano i rivoluzionari della psichedelia di The piper at the gates of dawn o Ummagumma o Atom Heart Mother o Meddle. Dark side of the moon per molti fu la “svolta rock”, “commerciale”. Non per niente: negli album precedenti il ruolo principale lo ebbero Syd Barrett e Rick Wright: il primo se ne era già andato da tempo e, poco dopo, lo seguì anche il secondo, che, ai tempi di Animals (1977), era già stato messo sostanzialmente da parte.
Tornando all’oggi, anch’io, nel mio vissuto, vedo prevalere più spesso la logica dell’audience e del successo mediatico: l’immagine che prevale sulla sostanza, il successo commerciale sulla qualità e sull’innovatività. Pensate a come il cinema sia diventato sempre più simile alle serie TV, con innumerevoli prequel e sequel.
Uscendo dai settori che citavo (musica, cinema, moda), si vede che si tratta di un problema diffuso che colpisce anche l’ambito professionale, ahimè, dove l’ansia di colpire la fantasia e le emozioni di chi ascolta supera ogni volontà di analisi critica e obiettiva. Ne scrivo oramai quasi quotidianamente.
Sì, probabilmente è anche lo sguardo di un boomer. Ma tant’è.




