Alla fine, cosa conta sul serio?
Ho riletto Siddhartha e ho ripensato ai sessantasette anni fin qui trascorsi. E a cosa veramente conti nella vita. Per vivere al meglio la prossima onda.
Siddhartha è uno dei romanzi più letti della mia generazione. È il viaggio di un uomo alla ricerca di se stesso e del senso delle cose, ai confini del mondo e della vita. Almeno, così lo leggo io.
Jon Anderson, il cantante degli Yes – la voce del prog – si ispirò a questo libro quando, insieme a Steve Howe, compose la title track di Close to the Edge, uno degli album più belli di sempre (per progarchives.com è il numero 1).
Roger Dean, l’incredibile artista che ha definito la cifra stilistica del prog, disegnò una copertina perfettamente in sintonia con questa visione. All’esterno, un’immagine sfumata: un verde smeraldo sfuggente, con il celeberrimo Yes bubble logo, introdotto proprio con questo album. E poi, la sorpresa: aprendo la copertina, compare un paesaggio incredibile e sognante. Un oceano sospeso, come nel vuoto, “close to the edge”. Come la nostra vita, alla fine. Esiste un’“edge” insuperabile: la morte. O, se vogliamo essere più positivi, la soglia dell’illuminazione.
Riascoltando questo disco e guardando quella copertina, mi sono chiesto a che punto del mio viaggio mi trovo oggi, io, “close to the edge”. Riflettevo sul fatto che siamo nel 2026. Sembra una data da film di fantascienza: “2026 Odissea nello spazio”, ci pensate? Siamo 25 anni dopo. Oppure 42 anni dopo 1984. O 27 anni dopo Spazio: 1999.
La fantascienza, il futuro della mia giovinezza, oggi è passato.
Eppure, mentre guardiamo questo futuro che è già passato, restiamo comunque “sul bordo”. A Pascal viene attribuito un pensiero che mette paura:
Appena nasciamo, siamo abbastanza vecchi per morire.
È vero. Ma allora dobbiamo gioire di ogni momento e pensare a come vivere meglio ciò che abbiamo di fronte a noi.
Siddhartha, “nel mezzo del cammino della sua vita”, si ritrovò perso. Era passato dalla povertà monacale alle ricchezze e agli agi che l’avevano lasciato vuoto e incattivito. E così tornò alla semplicità: si immerse nella vita umile insieme al saggio barcaiolo Vasudeva e, passo dopo passo, ritrovò se stesso, il senso delle cose, la felicità interiore.
Non voglio fare filosofia; non è il mio mestiere. Ma ogni persona ha diritto ai propri pensieri. E ha il dovere di riflettere sulla propria vita, non solo in punto di morte. In quel momento, chi ha fede si affida al Signore, ma non ha più modo di valutare né di cambiare il corso della propria esistenza. Ogni giorno dovremmo ripensare alla nostra vita, per aiutarci a vivere meglio ciò che abbiamo davanti. Per questo “ci voglio pensare”, come diceva Thomas Mann in quello straordinario romanzo che è La montagna incantata:
Ci voglio pensare. Voglio essere buono. Non voglio concedere alla morte il dominio sui miei pensieri! In questo infatti consistono, in nient’altro, la bontà e l’amore del prossimo. La morte è una grande potenza. Alla sua presenza ci si leva il cappello e si cammina oscillando in punta di piedi. Essa porta la solenne gorgiera del passato, e in suo onore l’uomo si veste severamente di nero. La ragione le sta dinanzi da sciocca, perché non è che virtù, la morte invece è libertà, leggerezza, assenza di forma e piacere. Piacere, dice il mio sogno, non amore. Amore e morte: ecco una rima mal riuscita, insulsa, sbagliata. L’amore è opposto alla morte, esso solo, non la ragione, è più forte di essa. Esso solo, non la ragione, suggerisce pensieri di bontà. Anche la forma è fatta soltanto di amore e bontà: forma e civiltà d’una gentile e intelligente comunità e del bello stato degli uomini... nella silenziosa visione del pasto cruento. Oh, questo si chiama sognare chiaramente, governare bene! Ci voglio pensare. Voglio restare fedele alla morte dentro al mio cuore, ma rammentare con chiarezza che la fedeltà alla morte e al passato è soltanto cattiveria e tetra voluttà e misantropia, se determina il nostro pensare e governare. Per rispetto alla bontà e all’amore l’uomo ha l’obbligo di non concedere alla morte il dominio sui propri pensieri.
E quindi, se oggi volessi riflettere sul passato per guardare al futuro, cosa dovrei trarne? Come sono passati i miei anni? In cosa ho creduto? E, alla fine, cos’è veramente importante? Come vivere i prossimi passi, pochi o tanti che siano?
Oggi sono più vicino “all’edge”. Come Siddhartha, sono cresciuto, ho fatto esperienze nel mondo che spesso mi hanno inebriato; ho fatto errori, sono caduto, mi sono rialzato; ho capito cosa non avrei dovuto fare e cosa posso fare da adesso in avanti. E mi accorgo del significato del dolore e della sconfitta. Quando accadono, ti ricordano che non sei infallibile né invincibile, che “polvere sei e polvere ritornerai”, come ci dice il sacerdote nella Domenica delle Ceneri da poco passata.
Arrivare al limite, cadere e soffrire sono grandi occasioni per imparare e crescere. Evitare le fatiche, anestetizzare il dolore, vivere di illusioni sono tutti espedienti che ci rendono più fragili. Magari ci aiutano a vincere sul breve, a “stare bene” per un po’, ma ci svuotano, ci indeboliscono e imbruttiscono, come succede a Siddhartha nel mezzo della sua vita.
Poi c’è il risveglio, “l’om” che sulla riva del fiume spinge Siddhartha a riconnettersi con l’io più profondo, con la propria anima.
Quali sono stati i fiumi che, come Siddhartha, mi hanno formato? Più passano gli anni, più mi accorgo che la gioventù vissuta in parrocchia, nella comunità giovanile e in oratorio è stata un momento di crescita e maturazione incredibile, irripetibile, insostituibile. In quegli anni ho imparato quasi tutto ciò che oggi riconosco davvero importante: la vita come servizio alle proprie convinzioni; l’onestà intellettuale e materiale; il servizio alla comunità e agli altri; il rispetto della verità e della sincerità; la lealtà della correzione fraterna. E poi la consapevolezza di essere parte di un insieme di persone uguali a me, da rispettare e accogliere, non da sfruttare o vessare; la gioia e la spontaneità che si vivono tra fratelli e sorelle “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. È in quei fiumi che riconosco ancora oggi le sorgenti più vere di ciò che conta davvero per me: sono loro che vorrei portare con me, adesso, nel prossimo tratto di cammino.
Sto vivendo un passaggio. Alcuni capitoli chiave della mia vita si sono chiusi, altri se ne aprono. La vita è fatta di onde che si ripetono nel tempo e nello spazio. Arthur Brooks, nel suo saggio La seconda onda, si concentra soprattutto su due grandi onde: la vita professionale e ciò che la segue. Io credo che ce ne siano diverse che descrivono molte fasi della nostra esistenza. Io ne sto vivendo una nuova, come succede a tutti. Voglio viverla nella consapevolezza di ciò che ho vissuto e nella forza che mi deriva da ciò che ho imparato. In fondo, è questo che potrebbe essere la “seconda onda”: smettere di misurare la vita solo con i risultati e il successo, e lasciare che a guidarci siano il servizio, le relazioni, la cura degli altri, una profondità interiore che non ha più bisogno di dimostrare nulla.
È un augurio che faccio a tutti. Non credo che ce ne possano essere di più belli.
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Professore, oggi a 63 anni sento il desiderio di rileggere Siddhartha, scoperto per la prima volta da adolescente. Tornerò ad ascoltare gli Yes e la musica della mia giovinezza: in fondo, quelli restano i tempi migliori. Anche se non ho vissuto l'ambiente della parrocchia, ritrovo nei suoi racconti un’esperienza simile alla mia per profondità di sentimenti e riflessioni. Lei è per me una fonte d’ispirazione; sono certo che chiunque abbia l’onore di relazionarsi con lei ne tragga, in qualche modo, beneficio e sentimenti positivi.