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Talvolta trasferire la conoscenza del dominio al programmatore può essere quasi impossibile e costringe l’esperto del dominio a farsi programmatore.

Sono laureato in ingegneria chimica, mi sono occupato di modellazione dei processi chimici in ambito R&D per quarant’anni e mi sono quasi sempre fatto carico della parte di programmazione.

Tutto iniziò con l’esame di Programmazione dei calcolatori elettronici sostenuto nel 1979 con il prof. Carlo Ghezzi e mi sembra bizzarro che questo insegnamento possa ridursi a insegnare a fare delle richieste a un software.

Avatar di Stefano Pogliani

Questo articolo ha suscitato in me, immediatamente, tre riflessioni (piu’ 2):

1. Io ho preso la patente « tardi » (avevo quasi 27 anni). Ovviamente ho studiato per l’esame di teoria. Mi ricordo come fosse oggi come mio papa’ mi spiegasse il funzionamento delle diverse parti del motore e della meccanica, con parole ed esempi che andavano oltre il testo che serviva per passare l’esame.

Lui mi diceva che dovevo capire bene quelle cose, perché mi servivano sia per ben guidare ma anche per capire e anticipare i problemi.

Con la spocchia del giovane moderno (di allora…), non gli ho dato retta. In fondo gia’ lavoravo, non avevo voglia di « perdere tempo » su cose di cui non vedevo un’utilita’ pratica. mi sono fatto il mio esame, l’ho passato subito e ho dimenticato assolutamente tutto.

E’ vero che le auto, oggi, sono meno « manipolabili » che 40 anni fa…. Ma quante volte mi sono detto che se avessi capito di piu’, magari avrei guidato diversamente o, addirittura, avrei acquistato dei modelli diversi.

2. Il libro « Outliers » di Malcom Gladwell.

Ossia un libro che mostra esempi concreti, relativi a persone che sono diventate importanti nel loro mestiere, di quanto lavoro oscuro ci sia dietro. Sicuramente (o, almeno, immagino…) Bill Gates (per fare un esempio) non ha piu’ programmato lui stesso gli strumenti che la MSFT ha creato. Ma sicuramente l’approccio lo ha seguito lungo buona parte della sua carriera

3 .man mano che invecchio, e che ho un po’ piu’ di tempo per pensare, mi rendo conto quanto lavoro, quanta dedizione, quanta precisione ci sia dietro a tantissime cose che ci affascinano.

Dalla preparazione minuziosa delle situazioni di gioco in una partita di calcio, all’orchestrazione delle tecnologie e delle persone con skills diversi dietro ad una vettura di Formula 1, alla determinazione puntigliosa e infaticabile ricerca dell’innovazione e della perfezi9ne di uno spettacolo, di un film, di un concerto… dellla cerimonia di apertura dei Giochi di Milano-Cortina.

INCISO: Quanto studio, quanta fatica, quanti « tentativi », quante cadute per arrivare a questi risultati.

Sono il lavoro di alcune persone, nemmeno cosi’ poche.

Certo, uno puo’ dire: ma quanto guadagnano! E poi sono delle eccezioni, nel mio lavoro io devo cercare di cavarmela, mica arrivare alla perfezione.

4. io ho tantissime lacune. E non riuscirei a fare quel poco che riesco se non fossi supportato da chi mi ama e da chi lavora perche’ io riesca a fare quel poco.

Mi sto (con colpevole ritardo) rendendo conto di quanto lavoro, quanta conoscenza, quanta precisione, quanta concentrazione ci vuole per fare la differenza nelle cose di ogni giorno.

Prendiamo il cibo. Oggi possiamo comprare piatti gia’ pronti, che ci liberano da quel « task » cosi’ tante volte invisibile. Ci sono poi i robot che fanno sempre piu’ cose….

Dunque saper cucinare non serve?

5. termino con la prima delle cose a cui ho pensato leggendo l’articolo: la CALCOLATRICE.

Mio papa’ mi ha regalato la prima calcolatrice (una Casio a cristalli liquidi che ho ancora) quando ho iniziato il primo anno al Politecnico, ottobre 1977.

Ho litigato con i miei figli per far loro capire l’importanza di sapere fare i conti a mente…. Perché il riflesso di capire se il risultato di un’operaione e’ corretto non te lo da la calcolatrice. Se sbagli a digitare e metti una virgola o uno zero e ti fidi ciecamente del risultato….

Sono orgoglioso di essere ancora capace di fare le operazioni a mente. E quante volte quel riflesso, quella conoscenza diffusa, silenziosa, invisibile mi ha accompagnato, non solo nella mia vita professionale.

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