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Avatar di Paolo M. Micheli

Una tendenza “maligna” é quella di avere noi stessi come benchmark. Altro errore è quello di giudicare una soluzione (un pregiudizio, forse) come se fosse tutto bianco o tutto nero.

Io non ho, purtroppo o per fortuna, mai avuto la possibilità di usufruire di remote o smart working. Pertanto, il mio benchmark è quello di amici e colleghi che lo hanno avuto la possibilità di lavorare in ambiente ibrido. Beh in conclusione, oserei dire che essendo animali sociali, vivere 8-10 h insieme a colleghi (con annessi e connessi) alla lunga ci manca (o potrebbe mancare, per il discorso bianco va nero di cui sopra). Altro tema sarebbe quello della produttività. In Italia sento dire che abbiamo un problema di produttività mancante. E se la nostra socialità al lavoro si trasferisse, per alcuni non per tutti, in più social in remoto?

Non voglio provocare ma avendo avuto tanti colleghi in varie aziende mi sono fatto un’opinione che alla fine, la media (sì, quella del pollo) mi restituisce un mondo di colleghi dall’età trasversale che alimenta la sua socialità più di quanto alimenti una propria professionalità. Il mio personalissimo e umile giudizio è che il lavoro remoto sarebbe utile solo in particolari e personalissime condizioni. La vita in ufficio, oltre ad alimentare la nostra fame di animali sociali, serve anche per renderci persone più umane, imparare a relazionarsi con altre persone (professionalmente e socialmente), ad imparare dagli ambienti. Come in una sorta di evoluzione della “specie”, cresciamo, ci adeguiamo e sopravviviamo perché ci adattiamo al mondo che ci circonda.